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Umorismo di sostegno

PUBBLICAZIONE UMORISTICA FONDATA DALL'ACCADEMIA DEI CINQUE CEREALI IL 2 GIUGNO 2016

ANNO VI d.F. - IDEATO, SCRITTO, IMPAGINATO, POSTATO E LETTO DAGLI AUTORI E DA SEMPRE DEDICATO A FRANCO CANNAVÒ

Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori.
Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.

In questa sezione sono riportati articoli scritti tra il 2012 e il 2014, quando l'ACC collaborava allegramente con LA TAMPA

A TORINO POTREBBE ESSERE INTRODOTTO L’APARTHEID SUL MODELLO SUDAFRICANO

LO CHIEDONO I BUONGUSTAI ROM, GLI EXTRACOMUNITARI E I VENETI


In Sudafrica l’Apartheid è stato abolito da oltre un ventennio, ma a Torino potrebbe diventare realtà entro la fine dell’anno.

I cittadini extracomunitari residenti nella nostra città stanno raccogliendo firme per ottenere spazi propri, separati da quelli frequentati dagli italiani.

Non ne possono più di spaghetti e pommarole, tanto amati dagli immigrati del Sud, né dei tarallucci e vino importati dall’Italia centrale, né della bagna cauda e dei gianduiotti locali.

Perciò sottoporranno al Consiglio Comunale una precisa richiesta di suddivisione della città in quartieri gastronomici ben delimitati. Ogni quartiere sarà caratterizzato da una specifica valenza culinaria. Se la loro richiesta verrà accolta (ed è probabile che lo sia, dal momento che l’attuale Giunta non fa che parlare di accoglienza e tolleranza nei confronti degli extracomunitari) a Torino avremo una bella rivoluzione gastronomica.

Per fare qualche esempio, quartieri ora denominati Cavoretto, Cit Turin, Mirafiori Nord, Borgo San Paolo, Barriera di Milano potrebbero diventare Cavoletto, Cit Kebab, Cous-cous Nord, Borgo Basmati, San Tacos, Barriera Agrodolce, caratterizzati ciascuno dai piatti tipici di una certa etnia. Ben presto ogni quartiere sarà riconoscibile anche dall’odore proveniente dai suoi ristoranti.

Sarà rigorosamente vietato a un cinese di entrare in un ristorante arabo, o ad un eritreo di sedersi sul pavimento di un ristorante indiano. Ci saranno multe salate (o almeno agrodolci) per i trasgressori.

Si auspica che nel giro di qualche mese la popolazione si sarà abituata alle nuove barriere etniche e non sbaglierà più locale. Soltanto i Portoghesi continueranno ad entrare nei ristoranti di qualsiasi quartiere e a cercare di uscire senza pagare il conto. I Veneti invece porteranno avanti una richiesta specifica: un vagone della metropolitana riservato a loro, nel quale mangiare polenta e luganega, o pane e sopréssa e bere merlot, vespaiolo e tocai; non a caso il loro motto è “Meno internet, più cabernet”. E ogni volta che la dolce voce femminile annuncia la prossima fermata in italiano e inglese, le faranno eco con bestemmia libera e antichi cori alpini cantati a squarciagola.

Quanto ai Rom, non ci sarà alcun bisogno di creare un quartiere specifico. Essi preferiscono sicuramente cene itineranti, magari sui furgoni che vendono panini e hamburger.

E i torinesi DOC dove potranno ancora mangiare? La cosa non interessa nessuno, essendo ormai ridotti a poche decine di famiglie. Inoltre, poiché i torinesi sono notoriamente “bogianen”, tutto sommato saranno contenti di avere una buona scusa per mangiare tranquillamente a casa.

ACC (NOVEMBRE 2014)

Anche allo stadio le tifoserie sono posizionate in settori separati

UNA LETTRICE CI SCRIVE PER PROTESTARE CONTRO L’ORA LEGALE

Gent.ma Accademia,

spero che mi risponda qualcuno in carne ed ossa, e non un risponditore automatico come nei call center, che ti dice “se vuoi questo premi uno, se vuoi quello premi due, se vuoi quell’altro premi tre…” e così via, finché, quando sei arrivato al nove, non ti ricordi più che cosa ti aveva detto all’uno.

La notte di Pasqua ho fatto come prescrive la legge: alle due, mi sono alzata per sistemare gli orologi. C'è poco da ridere: se non fai così Equiora (una consociata di Equitalia) potrebbe inviarti una bella multa.

Odio l’ora legale: trattasi di un furto legalizzato di un’ora del nostro tempo, e il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo.

Si, lo so che poi ce la restituiscono a ottobre, ma intanto senza interessi: ben sei mesi di interesse ci rubano, alla faccia della legalità.

E poi, vuoi mettere, un’ora di fine marzo, con le rondini, il sole e le colline sono in fiore, con un’ora di fine ottobre, quando piove e fa freddo perché è autunno avanzato, quasi andato a male?

Pensate a quelli che il tempo l’hanno quasi finito, che già devono farselo prestare dalla BCT, la Banca Consecutio Temporum. Pensate al povero Califano, morto proprio il giorno prima, che quell’ora l’ha persa per sempre. E non l’avranno neppure gli eredi.

Pensate ai neonati, che dal giorno di Pasqua piangono, increduli che questa cosa stia succedendo proprio a loro, così innocenti. Sì perché le mamme, già stordite dal parto recente e dalle notti insonni, dal giorno del cambio dell’ora saranno fuori di testa nel tentativo di ricalcolare tutto il piano poppate giornaliero e finiranno con il fare casino e dimenticarsene qualcuna.

Pensate alle pubblicità dei biscotti, dove la famiglia fa colazione con il sole dei tropici che entra dalla finestra, mentre noi, da domenica, facciamo colazione praticamente al buio, poiché le sette sono solo le sei.

Non parliamo poi di muratori e idraulici, che ti fanno il preventivo, ma non specificano mai se la tariffa è 32 Euro all’ora legale o all’ora solare.

La prima volta che ho subito un furto orario fu nel 1986, quando, ventenne, andai in un motel, con il fidanzato della mia migliore amica (un figo cosmico, come se ne vedono pochi), pagando per una notte intera, ed era proprio la notte in cui si passava all’ora legale. Ricordo che, per recuperare l’ora perduta, in autunno tornammo insieme al motel; in quell’occasione il cambio orario fu proprio la notte del loro matrimonio. Da allora, ogni autunno vi facciamo ritorno, per fregare un’ora per la camera.

Un saluto da Annamaria* da Torino

* In realtà io sono Piergelsomina da Verolengo, ma per favore non pubblicate il mio vero nome: non vorrei che la mia migliore amica, leggendo questa lettera, mi riconoscesse.


RISPOSTA

Cara Annamaria di Torino: Vedi foto

(APRILE 2013)

PER ERRORE ARTIGIANO EDILE COMPRA UNA BANCA E DIVENTA MILIARDARIO

CREDEVA DI ACQUISTARE IL SOLO EDIFICIO, SI PRESENTA ALL’ASTA E LA VINCE, ESSENDO L’UNICO OFFERENTE

A volte la sorte gioca simpatici scherzi e in questo caso, se il nome lo ha certamente aiutato, il cognome è stato senza dubbio determinante a fornire necessarie credenziali.

Fortunato Montepaschi, artigiano edile di origini toscane, dopo anni e anni, quasi decenni di duro lavoro era riuscito a metter da parte il denaro necessario per acquistare immobili da ristrutturare per poi lottizzarli ricavandone minialloggi e uffici da rivendere.

Un normalissimo investimento per ditte del settore edile più o meno intraprendenti.

Avendo sentito dell’imminente vendita di una piccola banca, la Cassetta di Risparmio di Livorno Ferraris (si tratta di una banca di pochi metri quadrati a conduzione agricol-famigliare) appartenente però alla nota multinazionale Banca Po-Polare di Oslo, ha deciso di partecipare all’asta convinto di acquistarne solo la nuda proprietà, insomma, i muri nudi e crudi.

Il Sig. Fortunato ha formalizzato la sua offerta calcolando il costo al metro quadro in base al normale valore di mercato e, essendo l’unico offerente, si è aggiudicato l’asta.

Con grande sorpresa si è accorto solo alla firma del contratto che non si trattava di un immobile, ma il lotto in oggetto comprendeva la banca vera e propria impiegati inclusi (per via di un vecchio accordo di origine feudale tramandato nei secoli).

Ma non è tutto. Grazie a una particolare e strana combinazione di quote societarie, azioni e compartecipazioni (fenomeno altrimenti noto come “scatole cinesi” n.d.r.) il Sig. Montepaschi possiede il quasi totale controllo sul gruppo bancario norvegese del valore stimato di qualche miliardo di euro, centesimo più, centesimo meno.

L’unico rammarico è quello di non poter dare alla banca il proprio nome, essendo esso precedentemente registrato da parte di un’altra banca della quale non è stato reso noto il nome.

Freddy Marchiori & Paul Rice – ACC (MARZO 2012)


Un salvadanaio Luigino XX sec.

ARZILLO NONNETTO TRUFFA UNA GIOVANE ZINGARA

La nomade gli riporta il portafoglio smarrito e lui ne approfitta. Dalla questura alla questua e viceversa

PRALUNGO. Questa notizia farà cambiare idea a chi pensa che nei piccoli paesini non succeda mai nulla. La scorsa domenica il Signor G.P., ottantunenne di Pralungo, mentre rientrava dalla messa, un po’ a piedi e un po’ camminando, ha smarrito il portafoglio e, non essendoci la locale stazione dei carabinieri, si è recato in autobus alla questura di Biella.

Sono state messe solo le iniziali del nome, non per motivi di privacy, ma perché, se si scopre chi è, rischia l’arresto per truffa aggravata matricolata (una tipologia di reato recentemente inserita nel Nuovo Codice Penale, con aggiornamenti del Professor A. Zecca Garbugli - Edizioni La Bufala).

Il giorno seguente, presso l’abitazione del Signor G.P. si è presentata una zingara che dimostrava circa venti-quarant’anni, la quale gli riportava il portafoglio rinvenuto in un’aiuola spartitraffico, nei pressi della chiesa comunale, contenente ancora i documenti e oltre duecento euro in contanti.

Lo scaltro anziano signore, nel vedere una nomade giovane e sprovveduta, ha pensato bene di approfittare della sua ingenuità, inventandosi su due piedi la più grande truffa mai concepita al suo paese (anche perché Pralungo non è certo nota per la criminalità).

Ha raccontato alla ragazza che, in base all’antico Codice di Pralungo, quando qualcuno trova un oggetto di valore e lo riporta al proprietario, questi ha diritto di ottenere, dal ritrovante, un compenso pari al 10% del valore dell’oggetto.

La giovane quindi, per paura di essere denunciata per mancato risarcimento a seguito riconsegna di oggetti di valore, ha consegnato all’anziano i 22 euro che nel corso della giornata aveva elemosinato in paese e nei comuni limitrofi.

Solo ieri la zingara, accortasi del raggiro, si è recata in Questura a sporgere denuncia contro semignoti, dato che conosceva solo la faccia (“fas da ulo”, come dicono gli zingari nella loro lingua per definire una persona più abile di loro nel raggiro) e le iniziali del nome, ma non ricordava né le generalità, né la residenza (essendo nomade non riteneva opportuno segnarsi l’indirizzo di una casa fissata a terra e senza ruote).

Freddy Marchiori & Paul Rice – ACC (APRILE 2013)


In caso di necessità rompere il vetro

Continua...

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