Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori. Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.
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Figuriamoci quanto potrai essere felice quando sei povero e ignorato da tutti.
Prot
La logica femminile è oscura, ma è prudente non farlo notare.
Accettazione
L’amore è una catena, e non te ne liberi facilmente.
È di questi giorni la notizia di un fatto bizzarro accaduto in un supermercato di Padova. Da qualche mese il personale addetto notava che alcune fette di formaggio esposte nel banco frigo non erano integre: mancava parte della punta, e c’erano evidenti segni di morsi, come se qualcuno le avesse assaggiate e poi rimesse al loro posto. Il danno non era trascurabile, perché il colpevole sceglieva i tagli più costosi (primo fra tutti il parmigiano), che poi dovevano essere ritirati dalla vendita per ovvi motivi di igiene. L’articolo non dice molto sulla vicenda, se non l’inizio e la conclusione, ma a noi piace immaginare tutta la storia.
Alla vista delle prime fette rosicchiate, l’ipotesi che il colpevole potesse essere un topolino è stata sicuramente presa in considerazione dal personale del punto vendita, ma subito scartata: i segni dei denti erano troppo grandi persino per una pantegana, perciò doveva trattarsi di una bestia di stazza decisamente superiore, con ogni probabilità un appartenente alla specie Homo Sapiens.
Gli assaggi di formaggio continuavano, nonostante le numerose videocamere presenti nel reparto. Il personale del supermercato commentava quotidianamente i danni, chiamando il colpevole con vari soprannomi: Zanna Bianca, Topo Gigio, Assaggiatore Seriale.
Qualche dipendente frustrato propose di nascondere delle trappole fra le confezioni di formaggio, ma l’intrigante suggerimento fu bocciato. Dopo alcuni mesi, la Direzione decise di impiegare dei sorveglianti in borghese appostati nel reparto formaggi: solo così è stato possibile cogliere sul fatto l’assaggiatore seriale, e denunciarlo.
Non si trattava di un topone, né di un lupo, né di Fromage Lupin, il fratello del più famoso Arsenio: era un uomo, anziano, con i capelli bianchi, gli occhiali scuri e il berretto; un cliente del tutto normale, se non per questa sua stravagante e disdicevole abitudine.
Ci sembra quasi di vederlo gironzolare annusando l’aria satura dell’odore inconfondibile proveniente dai pezzi di grana sigillati ed etichettati. Vorrebbe intascarsi un pezzo di Reggiano e uscire indisturbato senza pagare, ma sa che è molto difficile farla franca: all’interno delle confezioni c’è una targhetta antitaccheggio che attiva l’allarme all’uscita. Allora, un’idea comincia a prendere forma nella sua testa: se si muove con destrezza, forse, potrebbe consumare la refurtiva sul posto…
Così decide di passare all’azione: seguendo uno schema preciso, egli sceglie gli orari di minor affollamento, per esempio intorno all’ora di pranzo, quando anche il personale è ridotto per i cambi turno. Si avvicina con nonchalance agli espositori dei formaggi, prende in mano una confezione, poi si guarda furtivamente intorno e… zac! coglie l’attimo fuggente in cui nessuno lo sta guardando per staccare a morsi la punta della fetta e divorarla rapidamente.
Si spera, per lui, che prima del morso abbia tolto il cellophane della confezione: per quanto possa essere di plastica biodegradabile, non credo che abbia un buon sapore, e che sia del tutto digeribile.
Quando finalmente viene colto in flagrante non mostra particolare emozione, anzi, in un certo senso si stupisce che il suo sistema mordi-e-fuggi abbia funzionato per così tanto tempo. Non oppone resistenza, non è necessario sottoporlo al caseina-test sull’alito, né all’esame dei livelli di colesterolo del sangue: ammette il fatto, e paga prontamente il taglio morsicato. Ovviamente solo l’ultimo, non i numerosi pezzi rosicchiati in precedenza, per mancanza di prove.
Forse dice anche ‘cheese’ al momento della foto che gli scattano alla centrale di Polizia.
C’è da chiedersi che cosa l’abbia spinto a questo comportamento. L’ipotesi più plausibile è che certi costosissimi formaggi, ormai quotati in borsa come l’oro, non potevano rientrare nel suo budget di spesa, e che avesse quindi escogitato un modo di mangiare dell’ottimo grana, risparmiando la “grana”, cioè i soldi per l’acquisto.
A noi lettori increduli e stupefatti non resta che indignarci, o semplicemente sorridere, all’idea che, oltre ai topi di appartamento e di biblioteca, esistano anche i topi di caseoteca.
Da decenni non guardo il Festival di Sanremo. Uno dei motivi è che troppi sedicenti cantanti in realtà sussurrano nel microfono, ed essendo un po’ sorda io non capisco una parola. Quando parlo di questa difficoltà c’è chi sostiene che non dipenda dall’essere sorda, ma dal non avere “orecchio” per i nuovi generi musicali: rap, rock, pop, trap e altre perle. Anche questo è vero.
Al contrario dell’udito, conservo ancora una vista più che sufficiente, ma nemmeno il lato spettacolare dell’evento mi convince: certi abbigliamenti esibiti sul palco da alcuni partecipanti sono così stravaganti e di cattivo gusto che potrebbero far appassire persino i fiori che adornano il raffinato Teatro Ariston. Sempre che qualche cantante di buona famiglia non li prenda a calci in un momento di stizza.
Come disse un famoso personaggio della saga di “Arma Letale” in una frase diventata iconica, forse anch’io sono troppo vecchia per queste “fesserie” (la parola in lingua originale rendeva meglio l’idea, ma non voglio incorrere nella censura). Naturalmente la colpa è mia, che sono troppo vecchia, non delle fesserie, che esistono in ogni epoca da che mondo è mondo.
E quando dico vecchia non è un eufemismo: io c’ero quando i primi Festival venivano trasmessi alla radio negli anni cinquanta. Ricordo ancora tutte le strofe di Papaveri e Papere, stramba e simpatica canzone con la quale Nilla Pizzi arrivò al secondo posto nel 1952: mamma me la cantava, e a mia volta io la cantavo continuamente alla mia “bambina”. La povera bambola non si lamentò mai, ma perse precocemente tutti i capelli, e ora penso che fosse un modo delle bambole di chiedere aiuto, e farmi cambiare canzone.
Un altro grande ospite di Sanremo era Claudio Villa. Adoravo ascoltare alla radio canzoni come Buongiorno tristezza, Binario, e Corde della mia chitarra: probabilmente ero un po’ depressa già da bambina, ma in casa nessuno si preoccupò dei miei gusti musicali, nemmeno quando diedi al mio nuovo bambolotto (che andava a sostituire la bambola calva) il nome Claudiobilla, convinta che il Reuccio si chiamasse così, con un unico nome, e con la ‘b’ al posto della ‘v’.
Diventata più grande, ma non meno solitaria e introversa, negli anni settanta mi appassionai ai cantautori anticonformisti e un po’ sovversivi, come De André, Guccini, De Gregori, Gaber.
Ma quelli bazzicavano poco Sanremo. Invece, uno dei miei preferiti, Luigi Tenco, partecipò, ma purtroppo non sopravvisse all’esperienza. La vicenda suscitò grande emozione, e se ne parlò a lungo.
Non ero così musicalmente limitata né socialmente disagiata da non apprezzare anche altri generi: adoravo Mina, Ornella Vanoni, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Franco Battiato, e persino alcuni complessi (così si chiamavano allora le band) come l’Equipe 84, le Orme, la PFM e i Matia Bazar.
Quando finalmente anche la mia famiglia ebbe il televisore ero ormai un’adolescente, e dovevo sempre combattere con i miei genitori per poter restare alzata fino a tardi a vedere Sanremo. Era importante vederlo per poter partecipare alle lunghe discussioni del giorno dopo a scuola, quando persino qualche insegnante si concedeva un commento.
Oggi, che sono libera di decidere quando andare a dormire, non riesco a guardare il Festival per più di due canzoni senza cambiare canale. Oppure mi addormento, cullata da note confuse e applausi incomprensibili. A volte sogno Sanmemo, ossia il mio Festival dei ricordi, con le canzoni orecchiabili e facili da canticchiare, e gli acuti straordinari e potenti di cantanti veri e talentuosi. Mi rendo conto che tutto evolve, poiché ciò che non evolve muore. Ma mi riesce difficile definire evoluzione il passaggio da Mina a Fedez, e al cosiddetto autotune.
In Nigeria, nello Stato di Cross River, c’è un piccolo villaggio di nome Ubang che sfida ogni logica linguistica: gli abitanti parlano due lingue diverse in base al sesso.
Non è solo una questione di accenti o pronunce dissimili, ma di parole completamente diverse. Un esempio: per dire “cane” un uomo usa la parola “abu”, mentre una donna dice “akwakwe”. Ma l’animale a cui si riferiscono è lo stesso: abbaia, scodinzola e alza la zampa per fare pipì.
Nonostante questa curiosa abitudine, le donne e gli uomini di Ubang si capiscono senza bisogno del traduttore di Google, che tra l’altro non sarebbe nemmeno in grado di aiutarli, poiché, secondo me, esso è irrimediabilmente maschio.
Secondo l’antropologa Chi Chi Undie (nome che sembra uscito da una filastrocca per bambini), in questo villaggio convivono due lessici paralleli: alcune parole sono condivise, ma molte altre cambiano radicalmente a seconda del genere di chi parla. I bambini imparano a parlare usando il vocabolario femminile, ma, intorno ai dieci anni, i maschi si convertono all’idioma maschile. Non è dato sapere che cosa succede a chi scopre di avere un’identità sessuale diversa da quella anagrafica: probabilmente, qualora dovesse decidere per un cambiamento radicale di sesso, dovrà sottoporsi, oltre alla chirurgia fisica, a un reset linguistico.
Il fenomeno sembra strano, ma se si pensa a come i ruoli sociali maschili e femminili siano ancora così diversi anche nelle società più evolute, parlare lingue differenti fra uomini e donne non è poi così assurdo. In Italia, ad esempio, pur parlando apparentemente la stessa lingua, maschi e femmine danno significati diversi alle parole. E questo è alla base di tante incomprensioni all’interno delle coppie.
Prendiamo una delle parole più comuni del nostro vocabolario: casa. Una ragazza, pronunciando questa parola, immagina un certo tipo di ambiente: luminoso, confortevole, pulito e ordinato, arredato con stile e buon gusto come suggerito dalle migliori riviste di arredamento, da poter esibire con gli ospiti.
Invece, la casa che ha in mente un ragazzo della stessa età è una specie di tana, dotata pochi comfort essenziali alla sopravvivenza: una branda, un angolo cottura, un gabinetto. Essa è innanzitutto un rifugio per i momenti di solitudine, o un open-space per invitare gli amici a guardare la partita, bere birra e mangiare, liberi poi di buttare le briciole sul pavimento, lasciare i piatti sporchi nel lavello e lattine vuote ovunque.
Con la parola automobile il fenomeno si inverte: per lui l’auto è uno status symbol importante, perciò la desidera grande, lussuosa, potente e veloce, e quando finalmente la possiede ne ha la massima cura. Per lei è sufficiente un’utilitaria di terza mano, meglio se piccola per facilitare il parcheggio, purché la porti al lavoro, ad accompagnare i figli ovunque serva, e a fare la spesa.
A tal proposito, anche fare la spesa sembrerebbe un’attività definita univocamente; invece, se ci fate caso, uomini e donne che entrano singolarmente al supermercato, vi escono entrambi con i carrelli pieni, ma di prodotti completamente diversi.
Altro verbo usato quotidianamente, cucinare, per le donne significa eseguire una serie di preparazioni secondo ricette consolidate, non solo al fine di cuocere i cibi crudi, ma di renderli appetitosi e gradevoli al palato. Al contrario, per la maggior parte degli uomini, cucinare è sinonimo di scongelare e riscaldare al microonde cibi già pronti.
Vestirsi. “Amore vestiti che stasera usciamo” propone lei. Poi si fa la doccia, si veste con abiti scelti con cura dall’armadio, si trucca e si pettina. Nel frattempo lui, in pantaloni della tuta e canottiera macchiata di sugo, dal divano risponde: “Ok, sono già vestito, devo solo trovare la felpa”.
Per finire, ho mal di testa: una frase semplice e chiara per tutti.
Però… se è lui a lamentarsene lei pensa: “Ho capito, neanche oggi riparerà il rubinetto che perde”. Se invece se ne lamenta lei, lui brontola: “Stasera si va di nuovo in bianco”.
Genericamente fossa, ma assume anche significati più precisi, come maceratoio per il letame destinato al concime, grossa pozzanghera fangosa, pantano, stagno.
Etimologia
Parola sabauda di etimo incerto. A volerlo cercare a tutti i costi c'è il rischio di impantanarsi in una insidiosa "tampa" di possibilità.
Possiamo però citare il Dizionario Etimologico Francopiemontese (edito da Savoiardi&Torcetti - Torino), che ipotizza la derivazione dal francese trou (buca) e ample (ampio), quindi trou ample, buca ampia, diventato poi tample e successivamente italianizzato in tampa.
Commento
Quando Giulio Cesare giunse nella Pianura Padana e si accampò con le sue truppe nei territori dell'attuale Torino, l'insediamento fu denominato Augusta Taurinorum per la presenza di numerosi tori. I contadini li allevavano per venderli alle fiere dei "compro toro", diffuse in ogni contrada, quasi come i "compro oro" odierni.
Nel Medio Evo, dopo il crollo delle quotazioni del toro, i tori venivano condotti nel "castrum", e convertiti in boves, mansueti bestioni da tiro. I buoi erano docili e benvoluti (tutti conosciamo "T'amo pio bove", incipit di una delle più famose liriche di Carducci, che non era un poeta piemontese, ma era abbastanza "bogianen" da sembrarlo).
Ma che cosa c'entra tutto ciò con la parola tampa? Ora ci arriviamo.
I buoi mangiavano e ruminavano parecchio, e per poter conservare le loro abbondanti deiezioni, preziose per fertilizzare i campi, si scavavano appunto le tampe.
Nelle giornate più calde i miasmi erano insopportabili e le tampe necessitavano di frequenti svuotamenti.
Secondo alcuni storiografi, nel secolo XV il lavoro di svuotamento veniva eseguito dai forzati di una colonia penale nei pressi di Cuneo. Pare che alcuni di loro siano riusciti a fuggire, abbiano attraversato l'Appennino e si siano imbarcati a Genova come mozzi, su alcune imbarcazioni dirette alle Indie. La città di Tampa in Florida sarebbe stata fondata proprio da costoro. Come siano giunti in Florida dalle Indie non è così chiaro, ma si hanno alcune testimonianze sull'anno dell'imbarco: era probabilmente il 1492.
Oggi la parola tampa è usata soprattutto in senso metaforico: "Mi sono fatto una tampa" significa che ho commesso una imperdonabile gaffe e vorrei sprofondare in una fossa virtuale. Lo studente ha fatto tampa all'interrogazione perché non sapeva nulla. Un amico si è fatto una tampa micidiale, perché ha telefonato alla sua nuova ragazza chiamandola Cristina, sebbene lei si chiami Lucia.
Solitudine sana ed esercitata volontariamente. L’essere soli per scelta, ricavandone dei vantaggi.
Etimologia
Parola composta da sano (dal latino sanus, cioè in buona salute) e da solitudine (dal latino solitudo -dĭnis, derivato da solus, cioè solo).
Esempio di utilizzo
Il nonno sta benissimo: vive da anni in completa sanolitudine.
Oggi se ne parla meno di qualche decennio fa, ma gli eremiti esistono ancora: sono definiti anche asceti o anacoreti, cioè individui che si sono allontanati volontariamente dalla cosiddetta società civile. I motivi sono svariati, o forse uno solo: si sono resi conto di quanto poco civile sia in realtà la nostra società.
Molti di questi solitari hanno acquisito nel tempo fama di saggezza, equilibrio, capacità di infondere calma ed elargire buoni consigli. Per questo ricevono visite da ogni parte del mondo, di persone in cerca di risposte ai loro dubbi esistenziali: chi siamo? Da dove veniamo? Perché i vicini stanno facendo tutto questo baccano?
Nella maggior parte dei casi gli eremiti vivono molto a lungo, più a lungo di chi conduce vita sociale, e godono di buona salute, a dispetto di quanto vogliono farci credere medici e salutisti.
Senza spingersi a una scelta di vita così radicale, ci siamo resi conto che esistono, per ciascuno di noi, momenti di isolamento consapevole che ci fanno stare bene. Sarà anche vero che “l’uomo è un animale sociale”, ma ci sono tuttavia tante situazioni nelle quali i nostri simili ci disturbano, e dobbiamo dominare l’impulso di sterminarli. Ed è in questi momenti che bramiamo un po’ di sanolitudine.
Pensiamo per esempio alla coppia umana: un tempo i giovani cercavano l’anima gemella, convinti di raggiungere con essa la felicità, e di poter formare un nuovo nucleo famigliare migliore di quello d’origine. Poi è arrivata la fisica nucleare a dimostrare che nemmeno i nuclei atomici sono indivisibili, perché in certe condizioni diventano fortemente instabili, con tendenza a rompersi, esplodere, o trasformarsi in qualcos’altro… Insomma, non c’è pace per i nuclei atomici, figuriamoci per quelli famigliari.
Dopo la fisica, anche la giurisprudenza ha dato un contributo: con la legge sul divorzio ha rivelato che si può stare bene anche da soli, perché non sempre “two is megl che uan”.
Infine, la sanolitudine è stata scoperta dagli anziani, che hanno cominciato timidamente a chiedersi se vivere da soli sia peggio della convivenza con figli adulti che tardano a diventare indipendenti e lasciare il nido, o con nipotini che necessitano di turni di nonnismo sempre più faticosi.
In conclusione, per apprezzare la sanolitudine non c’è bisogno di fare come Simeone lo Stilita (un sant’uomo che sedeva tutto il giorno sul capitello di una colonna a meditare), o come Gautama Buddha, che scelse una vita solitaria e contemplativa per raggiungere l’illuminazione. Noi, per meditare, abbiamo le poltrone dell’Ikea, e l’illuminazione ci arriva dalle lampadine a basso consumo, premendo semplicemente un interruttore. Perciò, difendiamo il diritto alla sanolitudine, e ammettiamo senza timore che è bello stare soli in casa propria, o uscire per una passeggiata nel parco al mattino presto, quando in giro non c’è ancora nessuno.
Per accedere ai siti contenenti materiale pornografico oggi è sufficiente confermare con un “clic” di essere maggiorenni. Ci si chiede il senso di questa richiesta: è difficile credere che un minore, deciso ad accedere a un sito porno consigliato dal suo compagno di merendine, alla richiesta di confermare la maggiore età rinunci a proseguire, dando sfogo al suo disappunto con un accorato “uffa!”, e chiudendo la schermata per tornare a giocare alla PlayStation.
Forse anche al Governo qualcuno si è posto la domanda: i minori che vogliono accedere a un sito porno sono dissuasi dall’autorevole richiesta di un computer? A giudicare dalle statistiche sembra di no: in Italia il 44 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni dichiara di guardarli abitualmente.
Ma i genitori non controllano? I genitori sono gli ultimi a saperlo.
Anche in passato i ragazzini si trastullavano con il porno, ma si trattava di riviste, fumetti o, per i più timidi, cataloghi di biancheria intima venduta per corrispondenza. Quindi era probabile che i genitori se ne accorgessero, trovando riviste nascoste in bagno o sotto il materasso. Ma soprattutto le riviste dovevano essere acquistate: ci volevano i soldi, e un amico maggiorenne che entrasse in edicola al posto loro.
Oggi è sufficiente un computer o un cellulare, e il porno è sempre e ovunque a disposizione.
La cosa strana è che, mentre alcuni politici si oppongono all’educazione sessuale come materia scolastica (affidata a insegnanti, psicologi ed esperti di età evolutiva), si consenta poi ai bambini di soddisfare le loro naturali curiosità sul sesso guardando orribili video porno.
Per un adulto è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il sesso nella realtà non è quello dei porno. Ma per un adolescente certe immagini possono essere fuorvianti e nocive.
Complice il giornalismo online, sempre più disinformato e “acchiappa-clic”, si è diffusa una notizia allarmante per i frequentatori del porno: per poter accedere ai contenuti occorrerà dimostrare la maggiore età tramite lo SPID o la CIE. Questo ha suscitato proteste e panico generalizzato. Proteste, perché chi accede ai porno, anche se maggiorenne, ci tiene a non farlo sapere, e doversi qualificare con un documento sembra poco compatibile con la privacy. Il panico, invece, è serpeggiato soprattutto fra le persone di una certa età, notoriamente imbranate con le forme di burocrazia digitale: esse hanno un difficile rapporto con l’utilizzo della Carta d’Identità elettronica, e sono notoriamente incapaci di confrontarsi con lo SPID. Molte non sono nemmeno riuscite a procurarselo.
Al contrario, i ragazzini sono pratici di tutto ciò che è digitale, e hanno più risorse per aggirare l’ostacolo: probabilmente troverebbero il modo di hackerare il sistema per entrare bypassando il controllo, o sarebbero capaci di sfilare dal portafoglio di nonnina la CIE, che l’ingenua vecchietta conserva insieme al PIN. I nonni porcelloni stavano già studiando accordi di mutuo soccorso con i loro nipoti (tipo un aumento della paghetta, o la concessione della propria patente per scaricare i punti in caso di multa, in cambio di un aiuto al computer), quando si è capito che la storia dello SPID non era vera: dalle ultime notizie risulta che, pur essendoci l’intenzione di bloccare il porno ai minori, la realizzazione è ancora in alto mare, e probabilmente non sarà attuata utilizzando lo SPID, ma altri sistemi ancora da definire.
E conoscendo i tempi impiegati dal Parlamento a legiferare su argomenti spinosi e impopolari, adulti e bambini potranno godersi il porno anonimo e gratuito ancora per un po’.
Anche se molti la considerano trascurabile, la punteggiatura è fondamentale nel testo scritto. Se parlando non se ne avverte il bisogno, perché siamo in grado di fare pause, sospensioni, dare un tono interrogativo o indignato alla nostra frase, nella scrittura dobbiamo necessariamente affidarci a dei segni codificati, senza i quali il lettore potrebbe capire una cosa per l’altra. Quando ad esempio il nipote della signora Maria, uscendo da scuola, le invia il messaggio: “Arrivo presto e voglio mangiare subito, nonna!” la dolce nonnina si affretta a buttare la pasta; ma se legge lo stesso messaggio senza la virgola, la poverina, che guarda in televisione troppi film horror, potrebbe allarmarsi.
Anche una volgare imprecazione sul brutto tempo come “Piove, merda!”, che esprime solo il disappunto per essere usciti senza ombrello, scritta senza virgola ci fa subito temere una perdita dal gabinetto dell’appartamento di sopra.
Chi ha superato una certa età ricorda sicuramente l’epoca dei telegrammi, messaggi urgenti e brevissimi, poiché il costo era elevato e dipendeva dal numero di parole. Per separare una frase dall’altra si usava la parola ‘stop’, ma, per risparmiare, a volte si ometteva anche quella. Così potevano arrivare dispacci dalla difficile interpretazione, come questo:
“Mamma morta Della zia Caterina funerale giorno 12 alle 11”.
Come interpretarlo? È morta la mamma, oppure Della, o la zia Caterina? Ma se quel Della fosse una preposizione e non un nome proprio, allora sarebbe morta soltanto l’anziana mamma della zia Caterina. Inoltre, quel “morta Della”, nelle intenzioni dello scrivente, avrebbe potuto essere un’unica parola, e in tal caso la mamma porterebbe la mortadella alla zia, in occasione di un funerale non si sa di chi. Prima di gettare la spugna, e il telegramma, c’era sempre la possibilità di giocarsi al lotto l’11, il 12, e il 13 (numero cabalistico della morte) sulla ruota di Bologna (città della mortadella).
Oggigiorno, lo smartphone è il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani, e ormai anche dai diversamente giovani, ma ugualmente sgrammaticati.
Nei messaggi WhatsApp la punteggiatura canonica è stravolta: il punto fermo e il punto a capo sono stati eliminati, perché giudicati addirittura offensivi; in compenso, i punti interrogativi ed esclamativi abbondano, riuniti a gruppi di quattro, cinque, o più, in base agli spasmi del dito che scrive. Anche i puntini di sospensione si moltiplicano senza motivo, mentre le virgole si infilano tra le parole, secondo una distribuzione casuale. Inoltre, le frasi sono infarcite di piccole icone chiamate emoticon, sparpagliate in base all’equazione del famoso matematico Massimo Accazzo.
Ma questo modo del tutto nuovo di comunicare ha bisogno di nuovi segni di punteggiatura, che possano dare un senso compiuto a quelle righe di geroglifici che tutti riceviamo e inviamo continuamente, a base di faccine, cuoricini, simboli, ed errori di ortografia.
Gli esperti dell’ACC, interpellati sull’argomento, propongono:
,,,,,virgole di sospensione. In numero indefinito, per una pausa d’effetto particolarmente significativa
::quattro punti. Quando si apre una spiegazione nella spiegazione (capita nei messaggi molto lunghi e confusi)
.,punto e virgola orizzontale. Sostituisce il classico punto e virgola verticale, detto anche “lo sfigato della punteggiatura” perché nessuno ha mi capito bene quando usarlo
._punto fermo un giro. Chiude un discorso, ma non definitivamente, lasciando aperta la possibilità di una spiegazione
∞ punto fermissimo, da qui all’eternità. Si userà quando si è certi che le considerazioni espresse sono definitive, e che l’interlocutore verrà cancellato dai propri contatti
In Piemonte abbiamo un simpatico modo di dire dialettale: dé l’bleu, letteralmente dare il blu. Il suo significato metaforico è piantare in asso, mancare all’appuntamento, o interrompere una relazione senza preavviso. La colorita (e colorata) espressione ha radici storiche. Si riconduce a fatti accaduti nel 1815 durante la Restaurazione, quando il Piemonte si liberò dal giogo napoleonico, e le insegne francesi vennero dipinte di blu, colore rappresentativo dei Savoia. Tutto ciò che inneggiava al precedente periodo venne coperto da quel colore, per rivendicare l’autorità savoiarda sul regime napoleonico.
Oggi, quando una relazione amorosa si interrompe perché uno dei partner si defila senza dare spiegazioni, si parla di ghosting, ennesimo termine inglese fra i tanti spacciati continuamente dai Media. Chi sceglie di fare ghosting si cancella di punto in bianco dal sito di incontri, dai Social e dai contatti dell’altro, diventando un ghost, un fantasma, un’entità invisibile nel mondo online.
Se questo sembra già brutto, di recente è stato superato dal cosiddetto banksying, una forma di abbandono più subdola, che implica un periodo di distacco emotivo e di lunghi silenzi, che preludono alla rottura finale. La parola deriva dal famoso artista di strada Banksy, noto per i suoi murales, che appaiono a sorpresa ma scompaiono in modo altrettanto inaspettato.
I nonni di oggi ricordano sistemi più casalinghi, ma altrettanto crudeli, usati ai tempi in cui non c’erano né internet né i cellulari. Quando ci si voleva “sfidanzare”, si chiedeva alla mamma di rispondere al telefono, dopo averla ben istruita su cosa dire nel caso fosse la persona che si voleva evitare: “Non c'è… mi dispiace… non so dove sia, né quando rientra”. Le mamme bugiarde si rendevano complici dei figli codardi, e forse questo era il lato più squallido della situazione. Non c’era bisogno di sapere l’inglese: dopo un certo numero di queste risposte anche il più insistente dei fidanzati capiva. A volte si sfogava con il migliore amico; i più disperati scrivevano lettere alla “Posta del Cuore” di qualche rivista.
Si soffriva, certo, ma si sopravviveva. Il momento della rottura di un rapporto di coppia è sempre doloroso, e lo è ancora di più se il partner non si prende nemmeno la responsabilità di affrontare l’argomento vis a vis, negandosi a ogni richiesta di spiegazione. Definire certi comportamenti con parole inglesi non cambia la sostanza, né rende meno carogna chi la pratica.
In conclusione, bisognerebbe essere avvisati fin da piccoli che l'amore è un sentimento umano, e come tale si modifica nel tempo: la passione si spegne, le aspettative cambiano e, pur senza un motivo evidente, ci si sveglia un mattino non più innamorati. Sarebbe opportuno insegnare che la sincerità è il modo migliore di affrontare l’argomento in una relazione. Soprattutto, bisognerebbe ricordare che il tempo attenua ogni sofferenza, e anche per chi viene lasciato c’è ancora vita e possibilità di future gioie.
Genericamente fossa, ma assume anche significati più precisi, come maceratoio per il letame destinato al concime, grossa pozzanghera fangosa, pantano, stagno.
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Etimologia
Parola sabauda di etimo incerto. A volerlo cercare a tutti i costi c'è il rischio di impantanarsi in una insidiosa "tampa" di possibilità.
Possiamo però citare il Dizionario Etimologico Francopiemontese (edito da Savoiardi&Torcetti - Torino), che ipotizza la derivazione dal francese trou (buca) e ample (ampio), quindi trou ample, buca ampia, diventato poi tample e successivamente italianizzato in tampa.
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Commento
Quando Giulio Cesare giunse nella Pianura Padana e si accampò con le sue truppe nei territori dell'attuale Torino, l'insediamento fu denominato Augusta Taurinorum per la presenza di numerosi tori. I contadini li allevavano per venderli alle fiere dei "compro toro", diffuse in ogni contrada, quasi come i "compro oro" odierni.
Nel Medio Evo, dopo il crollo delle quotazioni del toro, i tori venivano condotti nel "castrum", e convertiti in boves, mansueti bestioni da tiro. I buoi erano docili e benvoluti (tutti conosciamo "T'amo pio bove", incipit di una delle più famose liriche di Carducci, che non era un poeta piemontese, ma era abbastanza "bogianen" da sembrarlo).
Ma che cosa c'entra tutto ciò con la parola tampa? Ora ci arriviamo.
I buoi mangiavano e ruminavano parecchio, e per poter conservare le loro abbondanti deiezioni, preziose per fertilizzare i campi, si scavavano appunto le tampe.
Nelle giornate più calde i miasmi erano insopportabili e le tampe necessitavano di frequenti svuotamenti.
Secondo alcuni storiografi, nel secolo XV il lavoro di svuotamento veniva eseguito dai forzati di una colonia penale nei pressi di Cuneo. Pare che alcuni di loro siano riusciti a fuggire, abbiano attraversato l'Appennino e si siano imbarcati a Genova come mozzi, su alcune imbarcazioni dirette alle Indie. La città di Tampa in Florida sarebbe stata fondata proprio da costoro. Come siano giunti in Florida dalle Indie non è così chiaro, ma si hanno alcune testimonianze sull'anno dell'imbarco: era probabilmente il 1492.
Oggi la parola tampa è usata soprattutto in senso metaforico: "Mi sono fatto una tampa" significa che ho commesso una imperdonabile gaffe e vorrei sprofondare in una fossa virtuale. Lo studente ha fatto tampa all'interrogazione perché non sapeva nulla. Un amico si è fatto una tampa micidiale, perché ha telefonato alla sua nuova ragazza chiamandola Cristina, sebbene lei si chiami Lucia.
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Stefania Marello (APRILE 2018)
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LA RISTAMPELLATA: questo articolo è stato scritto tra il 2016 e il 2018 e viene qui riproposto a grande richiesta.
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