Umorismo di sostegno
PUBBLICAZIONE UMORISTICA FONDATA DALL'ACCADEMIA DEI CINQUE CEREALI IL 2 GIUGNO 2016
ANNO IX d.F. - IDEATO, SCRITTO, IMPAGINATO, POSTATO E LETTO DAGLI AUTORI E DA SEMPRE DEDICATO A FRANCO CANNAVÒ
Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori.
Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.
NIENTE PORNO SENZA SPID
Per accedere ai siti contenenti materiale pornografico oggi è sufficiente confermare con un “clic” di essere maggiorenni. Ci si chiede il senso di questa richiesta: è difficile credere che un minore, deciso ad accedere a un sito porno consigliato dal suo compagno di merendine, alla richiesta di confermare la maggiore età rinunci a proseguire, dando sfogo al suo disappunto con un accorato “uffa!”, e chiudendo la schermata per tornare a giocare alla PlayStation.
Forse anche al Governo qualcuno si è posto la domanda: i minori che vogliono accedere a un sito porno sono dissuasi dall’autorevole richiesta di un computer? A giudicare dalle statistiche sembra di no: in Italia il 44 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni dichiara di guardarli abitualmente.
Ma i genitori non controllano? I genitori sono gli ultimi a saperlo.
Anche in passato i ragazzini si trastullavano con il porno, ma si trattava di riviste, fumetti o, per i più timidi, cataloghi di biancheria intima venduta per corrispondenza. Quindi era probabile che i genitori se ne accorgessero, trovando riviste nascoste in bagno o sotto il materasso. Ma soprattutto le riviste dovevano essere acquistate: ci volevano i soldi, e un amico maggiorenne che entrasse in edicola al posto loro.
Oggi è sufficiente un computer o un cellulare, e il porno è sempre e ovunque a disposizione.
La cosa strana è che, mentre alcuni politici si oppongono all’educazione sessuale come materia scolastica (affidata a insegnanti, psicologi ed esperti di età evolutiva), si consenta poi ai bambini di soddisfare le loro naturali curiosità sul sesso guardando orribili video porno.
Per un adulto è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il sesso nella realtà non è quello dei porno. Ma per un adolescente certe immagini possono essere fuorvianti e nocive.
Complice il giornalismo online, sempre più disinformato e “acchiappa-clic”, si è diffusa una notizia allarmante per i frequentatori del porno: per poter accedere ai contenuti occorrerà dimostrare la maggiore età tramite lo SPID o la CIE. Questo ha suscitato proteste e panico generalizzato. Proteste, perché chi accede ai porno, anche se maggiorenne, ci tiene a non farlo sapere, e doversi qualificare con un documento sembra poco compatibile con la privacy. Il panico, invece, è serpeggiato soprattutto fra le persone di una certa età, notoriamente imbranate con le forme di burocrazia digitale: esse hanno un difficile rapporto con l’utilizzo della Carta d’Identità elettronica, e sono notoriamente incapaci di confrontarsi con lo SPID. Molte non sono nemmeno riuscite a procurarselo.
Al contrario, i ragazzini sono pratici di tutto ciò che è digitale, e hanno più risorse per aggirare l’ostacolo: probabilmente troverebbero il modo di hackerare il sistema per entrare bypassando il controllo, o sarebbero capaci di sfilare dal portafoglio di nonnina la CIE, che l’ingenua vecchietta conserva insieme al PIN. I nonni porcelloni stavano già studiando accordi di mutuo soccorso con i loro nipoti (tipo un aumento della paghetta, o la concessione della propria patente per scaricare i punti in caso di multa, in cambio di un aiuto al computer), quando si è capito che la storia dello SPID non era vera: dalle ultime notizie risulta che, pur essendoci l’intenzione di bloccare il porno ai minori, la realizzazione è ancora in alto mare, e probabilmente non sarà attuata utilizzando lo SPID, ma altri sistemi ancora da definire.
E conoscendo i tempi impiegati dal Parlamento a legiferare su argomenti spinosi e impopolari, adulti e bambini potranno godersi il porno anonimo e gratuito ancora per un po’.

I SEGNI DI INTERNETPUNZIONE
I SEGNI DI INTERNETPUNZIONE
(ovvero la punteggiatura ai tempi di Internet)
Anche se molti la considerano trascurabile, la punteggiatura è fondamentale nel testo scritto. Se parlando non se ne avverte il bisogno, perché siamo in grado di fare pause, sospensioni, dare un tono interrogativo o indignato alla nostra frase, nella scrittura dobbiamo necessariamente affidarci a dei segni codificati, senza i quali il lettore potrebbe capire una cosa per l’altra. Quando ad esempio il nipote della signora Maria, uscendo da scuola, le invia il messaggio: “Arrivo presto e voglio mangiare subito, nonna!” la dolce nonnina si affretta a buttare la pasta; ma se legge lo stesso messaggio senza la virgola, la poverina, che guarda in televisione troppi film horror, potrebbe allarmarsi.
Anche una volgare imprecazione sul brutto tempo come “Piove, merda!”, che esprime solo il disappunto per essere usciti senza ombrello, scritta senza virgola ci fa subito temere una perdita dal gabinetto dell’appartamento di sopra.
Chi ha superato una certa età ricorda sicuramente l’epoca dei telegrammi, messaggi urgenti e brevissimi, poiché il costo era elevato e dipendeva dal numero di parole. Per separare una frase dall’altra si usava la parola ‘stop’, ma, per risparmiare, a volte si ometteva anche quella. Così potevano arrivare dispacci dalla difficile interpretazione, come questo:
“Mamma morta Della zia Caterina funerale giorno 12 alle 11”.
Come interpretarlo? È morta la mamma, oppure Della, o la zia Caterina? Ma se quel Della fosse una preposizione e non un nome proprio, allora sarebbe morta soltanto l’anziana mamma della zia Caterina. Inoltre, quel “morta Della”, nelle intenzioni dello scrivente, avrebbe potuto essere un’unica parola, e in tal caso la mamma porterebbe la mortadella alla zia, in occasione di un funerale non si sa di chi. Prima di gettare la spugna, e il telegramma, c’era sempre la possibilità di giocarsi al lotto l’11, il 12, e il 13 (numero cabalistico della morte) sulla ruota di Bologna (città della mortadella).
Oggigiorno, lo smartphone è il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani, e ormai anche dai diversamente giovani, ma ugualmente sgrammaticati.
Nei messaggi WhatsApp la punteggiatura canonica è stravolta: il punto fermo e il punto a capo sono stati eliminati, perché giudicati addirittura offensivi; in compenso, i punti interrogativi ed esclamativi abbondano, riuniti a gruppi di quattro, cinque, o più, in base agli spasmi del dito che scrive. Anche i puntini di sospensione si moltiplicano senza motivo, mentre le virgole si infilano tra le parole, secondo una distribuzione casuale. Inoltre, le frasi sono infarcite di piccole icone chiamate emoticon, sparpagliate in base all’equazione del famoso matematico Massimo Accazzo.
Ma questo modo del tutto nuovo di comunicare ha bisogno di nuovi segni di punteggiatura, che possano dare un senso compiuto a quelle righe di geroglifici che tutti riceviamo e inviamo continuamente, a base di faccine, cuoricini, simboli, ed errori di ortografia.
Gli esperti dell’ACC, interpellati sull’argomento, propongono:
,,,,, virgole di sospensione. In numero indefinito, per una pausa d’effetto particolarmente significativa
:: quattro punti. Quando si apre una spiegazione nella spiegazione (capita nei messaggi molto lunghi e confusi)
., punto e virgola orizzontale. Sostituisce il classico punto e virgola verticale, detto anche “lo sfigato della punteggiatura” perché nessuno ha mi capito bene quando usarlo
._ punto fermo un giro. Chiude un discorso, ma non definitivamente, lasciando aperta la possibilità di una spiegazione
∞ punto fermissimo, da qui all’eternità. Si userà quando si è certi che le considerazioni espresse sono definitive, e che l’interlocutore verrà cancellato dai propri contatti


I punti esclamativi, un tempo animali solitari,
hanno ritrovato la gioia di stare insieme
PRENDERE IL BLU CON FILOSOFIA
In Piemonte abbiamo un simpatico modo di dire dialettale: dé l’bleu, letteralmente dare il blu. Il suo significato metaforico è piantare in asso, mancare all’appuntamento, o interrompere una relazione senza preavviso. La colorita (e colorata) espressione ha radici storiche. Si riconduce a fatti accaduti nel 1815 durante la Restaurazione, quando il Piemonte si liberò dal giogo napoleonico, e le insegne francesi vennero dipinte di blu, colore rappresentativo dei Savoia. Tutto ciò che inneggiava al precedente periodo venne coperto da quel colore, per rivendicare l’autorità savoiarda sul regime napoleonico.
Oggi, quando una relazione amorosa si interrompe perché uno dei partner si defila senza dare spiegazioni, si parla di ghosting, ennesimo termine inglese fra i tanti spacciati continuamente dai Media. Chi sceglie di fare ghosting si cancella di punto in bianco dal sito di incontri, dai Social e dai contatti dell’altro, diventando un ghost, un fantasma, un’entità invisibile nel mondo online.
Se questo sembra già brutto, di recente è stato superato dal cosiddetto banksying, una forma di abbandono più subdola, che implica un periodo di distacco emotivo e di lunghi silenzi, che preludono alla rottura finale. La parola deriva dal famoso artista di strada Banksy, noto per i suoi murales, che appaiono a sorpresa ma scompaiono in modo altrettanto inaspettato.
I nonni di oggi ricordano sistemi più casalinghi, ma altrettanto crudeli, usati ai tempi in cui non c’erano né internet né i cellulari. Quando ci si voleva “sfidanzare”, si chiedeva alla mamma di rispondere al telefono, dopo averla ben istruita su cosa dire nel caso fosse la persona che si voleva evitare: “Non c'è… mi dispiace… non so dove sia, né quando rientra”. Le mamme bugiarde si rendevano complici dei figli codardi, e forse questo era il lato più squallido della situazione. Non c’era bisogno di sapere l’inglese: dopo un certo numero di queste risposte anche il più insistente dei fidanzati capiva. A volte si sfogava con il migliore amico; i più disperati scrivevano lettere alla “Posta del Cuore” di qualche rivista.
Si soffriva, certo, ma si sopravviveva. Il momento della rottura di un rapporto di coppia è sempre doloroso, e lo è ancora di più se il partner non si prende nemmeno la responsabilità di affrontare l’argomento vis a vis, negandosi a ogni richiesta di spiegazione. Definire certi comportamenti con parole inglesi non cambia la sostanza, né rende meno carogna chi la pratica.
In conclusione, bisognerebbe essere avvisati fin da piccoli che l'amore è un sentimento umano, e come tale si modifica nel tempo: la passione si spegne, le aspettative cambiano e, pur senza un motivo evidente, ci si sveglia un mattino non più innamorati. Sarebbe opportuno insegnare che la sincerità è il modo migliore di affrontare l’argomento in una relazione. Soprattutto, bisognerebbe ricordare che il tempo attenua ogni sofferenza, e anche per chi viene lasciato c’è ancora vita e possibilità di future gioie.


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