Umorismo di sostegno
PUBBLICAZIONE UMORISTICA FONDATA DALL'ACCADEMIA DEI CINQUE CEREALI IL 2 GIUGNO 2016
ANNO XI d.F. - IDEATO, SCRITTO, IMPAGINATO, POSTATO E LETTO DAGLI AUTORI E DA SEMPRE DEDICATO A FRANCO CANNAVÒ
Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori.
Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.
BREVETTA IL TAPPO WIRELESS E DIVENTA MILIONARIO
La tecnologia, nell’ultimo decennio, è entrata prepotentemente nelle nostre case, non solo attraverso nuove invenzioni ipertecnologiche, ma anche attraverso l’innovazione di accessori e oggetti comuni di invenzione tutt’altro che recente.
Si possono trovare frigoriferi connessi alla rete web, aspirapolvere dotati di sensori che permettono di muoversi autonomia ripulendo ogni angolo della casa, falciatrici accessoriate con GPS, tanto per citarne alcuni.
Il Dott. Ugo Gavanata, professore di Scienze Improbabili dell’Istituto Tecnico Tattico di Brevigliasco, ha elaborato un sistema ad alta tecnologia per ovviare all’annoso e fastidioso problema dei tappi che non si staccano dalle bottiglie di acque minerali e bibite.
Si tratta del tappo wireless.
In pratica, grazie a questa scoperta, si può utilizzare una bottiglia e togliere il tappo senza fare i conti con l’irritante filamento di collegamento in plastica.
Il professor Gavanata ha prontamente depositato il brevetto e fondato una società per commercializzare il “tappo senza fili”; si tratta della startup Stupabuta S.p.A. con sede nella prima cintura di Brevigliasco.
Al momento l’azienda esporta tappi wireless in ben quindici paesi dell’Unione Europea: Tribolate sul Serio, Panzanate Brianza, Bufalona sul Naviglio, Fanfaluca Canavese, Fandonia Valdastico, Frottola Valtrompia, Burlate sul Serio, Baggianate di Sotto, Rimbambite Ticino, Tontolone al Tagliamento, Cagate sul Naviglio, Cagate Sotto, Solona Romana, Sembrate Marittima, Carognate sul Serio.
Dato il successo iniziale, oltre ogni più rosea aspettativa, si prospetta un boom di esportazioni nel corso del 2026.
Grazie a questo prodotto innovativo, la cui tecnologia è segreta, tanto riservata che neppure l’inventore ne è a conoscenza, tutti potranno dissetarsi senza le difficoltà che un tappo interconnesso comporta.
Paul Rice - ACC

IL PATRIARCATO DELLA STUPIDITÀ
Da quando mi sono abbonata alle piattaforme streaming mi sto drogando di film e serie tv. Divano, copertina e un vecchio film cult creano la serata ideale per una nonna romantica e poco incline ad uscire di casa. Su Prime Video, gestito da Amazon, oltre ai programmi a pagamento è disponibile una vasta scelta di film, gratuiti ma contenenti numerose interruzioni pubblicitarie.
Come massaia d’altri tempi, che del risparmio ha fatto una religione, usufruisco volentieri di questa offerta, anche se mi obbliga a guardare una serie di spot dall’inizio alla fine; devo ammettere però che le storie bizzarre ambientate nel magico Regno di Nonpenso Macompro hanno un loro fascino.
Ho notato recentemente che in questo Regno è presente una sorta di patriarcato al contrario, basato sulla superiorità maschile in stupidità.
Esempio: lo spot si apre su una sontuosa cerimonia di matrimonio, accompagnata da una musica solenne, dove si vedono gli sposi di fronte al celebrante e gli invitati elegantemente vestiti. Tra essi, un giovanotto in pantaloni bianchi tira fuori dalla tasca una confezione aperta di una qualche appiccicosa merendina al cioccolato. Ovviamente i pantaloni si sono orribilmente macchiati di marrone. E il giovane che fa? Tra lo scandalo dei presenti se li sfila, per poterli lavare subito, in modo che non resti la macchia. Un autentico ritardato mentale: in primo luogo perché nemmeno un bambino di otto anni si sporcherebbe in quel modo a un matrimonio, poi perché pare non rendersi conto di dove si trova, e infine (e qui va a parare il messaggio pubblicitario) perché ignora l’esistenza del detersivo miracoloso che toglie le macchie di cioccolato anche dopo una settimana.
La pubblicità delle mutande per le perdite urinarie degli anziani è altrettanto emblematica: nella versione al femminile una donna sui sessanta, con un fisico da far invidia a una ventenne, si ammira allo specchio, contenta che le provvidenziali mutande non si vedano nemmeno sotto gli abiti aderenti. Lo stesso prodotto, nella versione maschile, è raccontato invece da un uomo nudo tranne che per le mutande, che egli sfoggia baldanzoso, parlandone in modo dettagliato senza un briciolo di pudore.
Un altro esempio rappresentativo della superiorità maschile in fatto di rincoglionimento è lo spot per una famosa agenzia immobiliare: un tizio cerca ossessivamente sul cellulare annunci di appartamenti in vendita, e lo fa a qualsiasi ora del giorno e della notte, persino quando è sotto la doccia. Questo suscita le ire della moglie, che giustamente sta aspettando che si liberi il bagno, e che il marito rinsavisca. Ma nulla riesce a far ragionare l’imbecille, finché non entrano in scena due agenti dell’immobiliare in questione che gli spiegano come impostare le notifiche sull’applicazione, per essere avvisati in tempo reale di ogni nuovo annuncio. Finalmente l’imbecille si dà pace.
E vogliamo parlare di Arnold Schwarzenegger che si vanta di avere “il potere nel palmo delle sue mani” solo perché ha comprato alcuni attrezzi in un noto discount? Come un Ercole ormai stagionato sfoggia la sua mascella volitiva, la sua notevole stazza e ciò che resta dei suoi muscoli palestrati per indurci a credere che basta avere un trapano e il pollice opponibile per diventare esperti di lavori fai da te.
Un’altra storiella divertente è quella che reclamizza uno sciroppo per la tosse: la scena si svolge in convento, dove il Padre Superiore sta celebrando messa per i suoi confratelli, ma è purtroppo tormentato da una fastidiosa tosse. Ad un certo punto della funzione egli dice: “Ripetiamo tutti insieme…” e si interrompe per tossire due volte nell’incavo del gomito. E i frati, che hanno fatto dell’obbedienza la loro regola di vita, ripetono tutti insieme due colpi di tosse nell’incavo del gomito.
Secondo voi, se fossero suore, l’avrebbero fatto?


Ripetiamo tutti insieme…
BABBO NATALE? C’È MA NON SI VEDE!
Lo scorso anno il Signor Riccardo Azzali, dopo una dettagliata e approfondita analisi, ha spiegato su Tik Tok tre motivi per cui Babbo Natale, a suo parere, non può esistere. Si tratta di argomentazioni tecniche e legali apparentemente inoppugnabili. Tuttavia l’Accademia dei Cinque Cereali tenterà di confutare queste teorie mediante l’utilizzo della miglior arma di cui dispone: la fantasia.
Secondo il tiktoker, come spiega nella pagina @filosofiascienza, ci sarebbero tre motivi per cui l’omino vestito di rosso non potrebbe esistere e consegnare i regali a tutti i bimbi in una sola notte.
Primo fra tutti, se anche esistesse una slitta supersonica, dovrebbe viaggiare a velocità altissime e l’attrito con l’aria genererebbe un calore tale da bruciare letteralmente Babbo Natale e la sua slitta (e inoltre le renne arrosto non sono previste nei menù natalizi).
Secondo, le renne non possono volare. Non esiste alcun meccanismo biologico o fisico che permetta ad animali così grossi di volare senza l’ausilio di ali o strutture adatte al volo.
Terzo e ultimo, ma non in ordine di importanza, è la privacy. La motivazione legale risiederebbe nell’opportunità di Santa Claus di conoscere il comportamento dei bimbi per consegnare i doni solo a chi si è comportato bene durante l’anno. Si tratta di dati sensibili e, trattandosi di minorenni, sottoposti a regole molto rigide.
Il Professor Chiarissimo Sun Nen Bun che, dall’alto di suoi 107 anni ben portati, afferma di aver avuto l’onore e il piacere di conoscere l’omino verde che viaggia su una slitta trainata da renne. Verde? Certo, in origine il suo abito aveva un colore molto green! È diventato rosso solo in un secondo tempo per uniformarsi al colore dello sponsor che lo supportava.
In origine il nostro eroe natalizio era ricchissimo e si chiamava Nababbo Natale, ma i costi di gestione e gli stipendi riservati agli Elfi, lo hanno presto ridotto quasi sul lastrico, costringendolo a cambiare nome e ad affidarsi a un finanziatore, finendo così nella rete del commercio moderno.
Pur essendo il Professor Chiarissimo uomo integerrimo e di assoluta credibilità, è necessario dimostrare l’esistenza di Babbo Natale smontando le teorie sopra descritte in maniera scientifica.
L’Accademia dei Cinque Cereali, dopo uno studio durato nove minuti, ha elaborato le seguenti teorie:
Se la slitta viaggiasse alla velocità della luce potrebbe coprire tutto il mondo in pochi attimi, poiché per Babbo Natale sarebbero trascorsi solo pochi secondi, mentre per noi sarebbe già l’alba del 25 dicembre. Questo spiegherebbe l’illuminazione multicolore degli alberi di Natale: grazie al completo spettro cromatico chi viaggia alla velocità della luce riesce più facilmente a individuare le abitazioni in cui fare tappa. Inoltre essendo la velocità della luce superiore a quella del riscaldamento, la temperatura della slitta rimarrebbe sotto controllo.
Le renne non potrebbero volare? In letteratura si trovano animali di massa ben superiore al cervide artico che volano tranquillamente: l’elefantino Dumbo, gli unicorni, Falkor (il famoso cane-drago de “La storia Infinita”), tanto per citarne alcuni.
Famosissima la frase: “I calabroni non hanno la struttura per volare, ma non lo sanno e volano lo stesso”. Se possono volare i calabroni, lo possono indubbiamente fare anche le renne e, probabilmente, non sanno di non poterlo fare.
La questione privacy è molto delicata, tuttavia, l’Università di Pensologia di Torino, ha trovato un comune denominatore al comportamento dei bimbi.
È noto che i regali vengono distribuiti in funzione della bontà d’animo e delle buone azioni compiute dai pargoli.
Da un sondaggio condotto negli ultimi decenni sembrerebbe che i regali più belli finiscano ai bambini appartenenti alle famiglie più ricche, e che vadano via via scalando in base al reddito dei genitori. I regali “modesti” finiscono ai bambini appartenenti alle famiglie meno abbienti.
Si tratta di una costante, sembrerebbe una vera e propria scienza esatta sulla quale si potrebbe ipotizzare una stretta correlazione tra il reddito e la bontà.
A questo punto, senza scomodare le norme sulla privacy, sarebbe sufficiente delegare babbo Natale alla presa visione dei certificati ISEE che le famiglie provvedono a redigere, e suddividere i regali in base al loro valore per fasce di reddito. In questo modo i doni verrebbero assegnati riducendo al minimo il margine di errore, rispettando la privacy dei più piccoli.
Paul Rice - ACC


TANTI AUGURI A LEI E FAMIGLIA
Fra le tradizioni legate al Natale c’è lo scambio degli auguri.
Esistono sostanzialmente due tipi di auguri: quelli fatti a voce (di persona, o nel corso di una telefonata), e quelli inviati da remoto, con vari mezzi come i servizi postali, la posta elettronica, le App sul cellulare e i Social.
Gli auguri fatti di persona o per telefono non sono cambiati nel corso degli ultimi decenni, e comprendono ancora lo stantio “Auguri a lei e famiglia”, riservato quasi sempre a persone con cui si ha un rapporto formale e di riguardo: il capoufficio, l’impiegato della banca, l’amministratore di condominio.
Gli auguri da remoto, invece, sono cambiati completamente.
Le persone della mia generazione ricordano ancora, con la memoria residua sopravvissuta all’Alzheimer, gli auguri scritti a mano, con la penna. I giovani fanno fatica a crederlo, e ci guardano come se fossimo dinosauri fuggiti dal museo. In effetti, noi “over” siamo dinosauri, ma siamo riottosi a stare rinchiusi nei musei in attesa dell’estinzione.
Gli auguri cartacei iniziavano con largo anticipo sulle festività, perché il servizio postale, già di norma poco affidabile, diventava particolarmente lento all’approssimarsi delle feste: gli uffici erano intasati da valanghe di bigliettini augurali.
Bigliettini? Sì, cari ragazzi dallo smartphone incollato alla mano, parlo di biglietti di carta: cartoncini decorati con soggetti natalizi, che si scrivevano a mano e si inviavano in busta, con tanto di francobollo.
Facevamo un elenco delle persone alle quali volevamo augurare buone feste: nonni, zii, cugini, amici che vivevano lontano e non si frequentavano abitualmente. Poi si andava dal tabaccaio e si sceglievano i biglietti, non uno in più di quelli previsti, per limitare la spesa, considerando anche il costo dei francobolli.
Il momento della scrittura richiedeva un tavolo, una sedia e soprattutto tempo e attenzione per non sbagliare: si dovevano evitare cancellature, sbavature, errori, specie nello scrivere gli indirizzi. Si cercava di non usare sempre le stesse parole, ma non era facile personalizzare gli auguri: era richiesto uno sforzo di fantasia, e soprattutto di pensare almeno un momento alla persona che li avrebbe ricevuti. Infine, si imbucavano nell’apposita cassetta rossa delle Poste Italiane.
A nostra volta anche noi ricevevamo cartoline e biglietti augurali, ed era sempre un’emozione leggere il mittente e il contenuto. Molte famiglie avevano parenti emigrati all’estero, ed era davvero una festa ricevere i loro auguri, con qualche riga di notizie, scritte in un misto di lingua locale, dialetto d’origine, e italiano di dubbia ortografia. Erano momenti emozionanti, di vicinanza e di immaginazione.
Oggi, direte voi, tutto è più semplice, rapido ed efficiente: si sceglie un meme, un’immagine, un breve video natalizio tra i mille offerti dal web, si condivide sui social o su WhatsApp, e con un unico comando si invia a tutti i contatti della nostra rubrica elettronica. Una specie di ’ndo cojo cojo degli auguri, tutti simultanei e tutti uguali. Tempo impiegato: tre secondi, qualcuno di più per i dinosauri, poco pratici di smartphone e poco abili con le dita.
Chi riceve, a volte spegne gli avvisi di notifica, infastidito dai continui segnali sonori, poiché dalla Vigilia di Natale all’Epifania i nostri cellulari vibrano ripetutamente, e si illuminano di presepi, alberi con le lucine ammiccanti e musichette natalizie ossessionanti. Dopo una rapida occhiata, ci affrettiamo a cancellare il messaggio per non riempire la memoria del dispositivo.
Auguri altamente tecnologici, senza dubbio. Senza penna, senza carta e senz’anima.

OGGI NON È SUCCESSO NIENTE
Una notizia non data, è una notizia che non c’è. Lo sanno bene i giornalisti e lo sapeva il nostro amico Franco Cannavò, inarrivabile e geniale fondatore del giornale umoristico “LA TAMPA”, che per oltre un ventennio ha allietato e divertito Torino e provincia.
Il titolo di questo articolo fu pubblicato da Franco sul suo giornale destando curiosità, poiché è impensabile che un giornale possa apertamente dichiarare che nulla è accaduto.
Non è mai stato semplice inventare notizie divertenti e verosimili, ma lui lo faceva con naturalezza e semplicità, giocando sulle parole, sulle notizie reali, ricamando circa situazioni paradossali e assurde, facendo sorridere e riflettere i lettori.
Cannavò diceva che spesso la realtà supera la fantasia pertanto, per essere credibile, occorre prendere accadimenti reali e tagliare, ridurre, smussare, per renderli ragionevolmente attendibili; diversamente sarebbero stati “non credibili” e inaccettabili.
LA STAMPELLA, nata dalle ceneri de LA TAMPA, senza troppe pretese cerca di percorrere il sentiero tracciato dall’amico Franco, cosa né facile, né semplice.
Purtroppo per quanto impegno e fantasia impieghino i collaboratori dell’Accademia dei Cinque Cereali, gli esseri umani sono dotati di genio e imprevedibilità in grado di fare in modo che la realtà superi la fantasia.
Non è semplice competere con titoli assolutamente autentici di questo calibro:
-Si rifugia nel presepe mimetizzandosi fra le statue giganti: era latitante, arrestato in Salento.
-Esce di strada e centra il cartello che invita alla prudenza stradale.
-Il marito della donna della kiss cam dei Coldpaly era allo stesso concerto con un’altra.
-Ragazzi approcciano 40enne sulla spiaggia di Ostia, ma lei li interroga su Manzoni.
-Studente mangia la banana da 120mila dollari dell’installazione di Maurizio Cattelan: “Ho saltato la colazione ed ero affamato”.
-Chiamano il 118 per un’emergenza, poi l’assurda richiesta: “Visto che siete qui ci spostate i mobili del salone?”.
-Si gira a guardare il lato B di una ragazza, “cieco assoluto” nei guai.
-Spaccia zucchero a velo facendolo passare per cocaina: fermato in val di Fassa uno “scaltro” pusher.
-Gioca il Liverpool ma parte un porno: imbarazzo in diretta sulla BBC.
-Mago si impianta un chip per fare trucchi di prestigio, ma si dimentica la password.
-Rapina una farmacia ma dimentica sul bancone la ricetta col nome della moglie: arrestato.
-Ladri sbagliano casa, chiedono scusa ai proprietari e ripuliscono dopo aver messo tutto a soqquadro.
Se i titoli qui sopra riportati, rigorosamente autentici, vi fossero sembrati surreali e poco credibili, cosa avreste pensato se avessimo scritto il seguente?
Sposa il suo bambolotto di pezza ma lo lascia dopo 1 anno: “Mio marito mi ha tradita, lo hanno visto entrare in un motel”.
Se questo articolo non fosse reale, ma frutto della nostra fantasia, non sarebbe assolutamente convincente, né pubblicabile su una rivista umoristica per eccesso di surrealtà.


TENTA DI SCIPPARE UNA VECCHIETTA E FINISCE PER SVALIGIARE FORT KNOX
La sua escalation criminale è iniziata il mese scorso.
Un giovane borseggiatore originario dei sobborghi di Tribolate sul Serio, nella bassa bergamasca, ha deciso di scippare un’anziana signora all’uscita dell’ufficio postale.
Il furto con strappo non è andato a buon fine, ma nello strattonare la borsetta alla pensionata, è caduta a terra la carta di debito della malcapitata e un bigliettino indicante il PIN.
A questo punto ha pensato: “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
Detto fatto! Si è prontamente recato al più vicino sportello automatico per prelevare la cifra disponibile.
A questo punto ha pensato “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
Procuratosi un piccone e un martello pneumatico ha divelto l’ATM. Così facendo, si è aperto un varco all’interno del caveau della banca.
A questo punto ha pensato: “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
Armato di flessibile, ha deciso di aprire le cassette di sicurezza, trovando titoli di credito emessi dalla banca stessa.
A questo punto ha pensato: “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
È immediatamente partito per Milano, diretto alla sede centrale della banca.
Con i mezzi a disposizione è riuscito a penetrare all’interno della banca, dove ha trovato una discreta quantità di Buoni del Tesoro emessi dallo Stato.
A questo punto ha pensato: “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
Tempo di organizzarsi e procurarsi sofisticate apparecchiature per disattivare gli antifurti, ed è partito per Roma. Giunto alla Banca d’Italia non è stato per lui difficile penetrare nel caveau, dove ha trovato titoli emessi dalla BCE e una cospicua riserva di banconote in euro in contanti.
A questo punto ha pensato: “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
Così si è imbarcato sul primo volo per Francoforte sul Meno con l’intenzione di svaligiare la Banca Centrale Europea.
Giunto sul posto, seppur con estrema difficoltà, prendendo spunto dalle tecniche utilizzate per la recente effrazione al Louvre, è riuscito a penetrare all’interno della BCE dove ha trovato titoli emessi dalla Fed, la banca centrale degli stati Uniti. Erano presenti anche una cospicua riserva in dollari U.S.A. e titoli americani.
A questo punto ha pensato: “Già che ci sono, perché non approfittarne?”.
Pochi giorni per organizzarsi, ed è partito per gli States, armato del necessario per eludere i sistemi di sicurezza della banca federale americana.
Purtroppo la Fed era chiusa per il Thanksgiving Day (da noi noto come “Giorno del Ringraziamento”), e ha deciso di abbandonare il piano criminoso per non rovinare la festa agli americani.
A questo punto ha pensato: “Ho fatto un volo di dodici ore, perché mai dovrei arrendermi proprio ora?”.
Ha così deciso all’ultimo di dirigersi verso il Kentucky all’assalto nientemeno che di Fort Knox, noto per custodire la più grande riserva d’oro degli U.S.A.
Non possedendo adeguata attrezzatura, ed essendo la struttura presidiata da ingenti forze militari, ha deciso di ricorrere a metodi tradizionali.
Ha ingaggiato una grossa ditta di traslochi e si è presentato ai cancelli fingendo di dover spostare le oltre 4.500 tonnellate d’oro presso una nuova struttura più sicura.
A questo punto il colonnello addetto alla sicurezza, nonostante non avesse ricevuto ordini di servizio in merito al trasferimento del prezioso metallo, ha dato il via libera al prelievo dei lingotti. I facchini addetti allo sgombero della base militare hanno caricato gli autoarticolati in poche ore, svuotando completamente il caveau.
I camion hanno lasciato Fort Knox e se ne sono perse le tracce.
Al momento risulta irreperibile anche il borseggiatore di Tribolate sul Serio.

NIENTE PORNO SENZA SPID
Per accedere ai siti contenenti materiale pornografico oggi è sufficiente confermare con un “clic” di essere maggiorenni. Ci si chiede il senso di questa richiesta: è difficile credere che un minore, deciso ad accedere a un sito porno consigliato dal suo compagno di merendine, alla richiesta di confermare la maggiore età rinunci a proseguire, dando sfogo al suo disappunto con un accorato “uffa!”, e chiudendo la schermata per tornare a giocare alla PlayStation.
Forse anche al Governo qualcuno si è posto la domanda: i minori che vogliono accedere a un sito porno sono dissuasi dall’autorevole richiesta di un computer? A giudicare dalle statistiche sembra di no: in Italia il 44 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni dichiara di guardarli abitualmente.
Ma i genitori non controllano? I genitori sono gli ultimi a saperlo.
Anche in passato i ragazzini si trastullavano con il porno, ma si trattava di riviste, fumetti o, per i più timidi, cataloghi di biancheria intima venduta per corrispondenza. Quindi era probabile che i genitori se ne accorgessero, trovando riviste nascoste in bagno o sotto il materasso. Ma soprattutto le riviste dovevano essere acquistate: ci volevano i soldi, e un amico maggiorenne che entrasse in edicola al posto loro.
Oggi è sufficiente un computer o un cellulare, e il porno è sempre e ovunque a disposizione.
La cosa strana è che, mentre alcuni politici si oppongono all’educazione sessuale come materia scolastica (affidata a insegnanti, psicologi ed esperti di età evolutiva), si consenta poi ai bambini di soddisfare le loro naturali curiosità sul sesso guardando orribili video porno.
Per un adulto è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il sesso nella realtà non è quello dei porno. Ma per un adolescente certe immagini possono essere fuorvianti e nocive.
Complice il giornalismo online, sempre più disinformato e “acchiappa-clic”, si è diffusa una notizia allarmante per i frequentatori del porno: per poter accedere ai contenuti occorrerà dimostrare la maggiore età tramite lo SPID o la CIE. Questo ha suscitato proteste e panico generalizzato. Proteste, perché chi accede ai porno, anche se maggiorenne, ci tiene a non farlo sapere, e doversi qualificare con un documento sembra poco compatibile con la privacy. Il panico, invece, è serpeggiato soprattutto fra le persone di una certa età, notoriamente imbranate con le forme di burocrazia digitale: esse hanno un difficile rapporto con l’utilizzo della Carta d’Identità elettronica, e sono notoriamente incapaci di confrontarsi con lo SPID. Molte non sono nemmeno riuscite a procurarselo.
Al contrario, i ragazzini sono pratici di tutto ciò che è digitale, e hanno più risorse per aggirare l’ostacolo: probabilmente troverebbero il modo di hackerare il sistema per entrare bypassando il controllo, o sarebbero capaci di sfilare dal portafoglio di nonnina la CIE, che l’ingenua vecchietta conserva insieme al PIN. I nonni porcelloni stavano già studiando accordi di mutuo soccorso con i loro nipoti (tipo un aumento della paghetta, o la concessione della propria patente per scaricare i punti in caso di multa, in cambio di un aiuto al computer), quando si è capito che la storia dello SPID non era vera: dalle ultime notizie risulta che, pur essendoci l’intenzione di bloccare il porno ai minori, la realizzazione è ancora in alto mare, e probabilmente non sarà attuata utilizzando lo SPID, ma altri sistemi ancora da definire.
E conoscendo i tempi impiegati dal Parlamento a legiferare su argomenti spinosi e impopolari, adulti e bambini potranno godersi il porno anonimo e gratuito ancora per un po’.

I SEGNI DI INTERNETPUNZIONE
I SEGNI DI INTERNETPUNZIONE
(ovvero la punteggiatura ai tempi di Internet)
Anche se molti la considerano trascurabile, la punteggiatura è fondamentale nel testo scritto. Se parlando non se ne avverte il bisogno, perché siamo in grado di fare pause, sospensioni, dare un tono interrogativo o indignato alla nostra frase, nella scrittura dobbiamo necessariamente affidarci a dei segni codificati, senza i quali il lettore potrebbe capire una cosa per l’altra. Quando ad esempio il nipote della signora Maria, uscendo da scuola, le invia il messaggio: “Arrivo presto e voglio mangiare subito, nonna!” la dolce nonnina si affretta a buttare la pasta; ma se legge lo stesso messaggio senza la virgola, la poverina, che guarda in televisione troppi film horror, potrebbe allarmarsi.
Anche una volgare imprecazione sul brutto tempo come “Piove, merda!”, che esprime solo il disappunto per essere usciti senza ombrello, scritta senza virgola ci fa subito temere una perdita dal gabinetto dell’appartamento di sopra.
Chi ha superato una certa età ricorda sicuramente l’epoca dei telegrammi, messaggi urgenti e brevissimi, poiché il costo era elevato e dipendeva dal numero di parole. Per separare una frase dall’altra si usava la parola ‘stop’, ma, per risparmiare, a volte si ometteva anche quella. Così potevano arrivare dispacci dalla difficile interpretazione, come questo:
“Mamma morta Della zia Caterina funerale giorno 12 alle 11”.
Come interpretarlo? È morta la mamma, oppure Della, o la zia Caterina? Ma se quel Della fosse una preposizione e non un nome proprio, allora sarebbe morta soltanto l’anziana mamma della zia Caterina. Inoltre, quel “morta Della”, nelle intenzioni dello scrivente, avrebbe potuto essere un’unica parola, e in tal caso la mamma porterebbe la mortadella alla zia, in occasione di un funerale non si sa di chi. Prima di gettare la spugna, e il telegramma, c’era sempre la possibilità di giocarsi al lotto l’11, il 12, e il 13 (numero cabalistico della morte) sulla ruota di Bologna (città della mortadella).
Oggigiorno, lo smartphone è il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani, e ormai anche dai diversamente giovani, ma ugualmente sgrammaticati.
Nei messaggi WhatsApp la punteggiatura canonica è stravolta: il punto fermo e il punto a capo sono stati eliminati, perché giudicati addirittura offensivi; in compenso, i punti interrogativi ed esclamativi abbondano, riuniti a gruppi di quattro, cinque, o più, in base agli spasmi del dito che scrive. Anche i puntini di sospensione si moltiplicano senza motivo, mentre le virgole si infilano tra le parole, secondo una distribuzione casuale. Inoltre, le frasi sono infarcite di piccole icone chiamate emoticon, sparpagliate in base all’equazione del famoso matematico Massimo Accazzo.
Ma questo modo del tutto nuovo di comunicare ha bisogno di nuovi segni di punteggiatura, che possano dare un senso compiuto a quelle righe di geroglifici che tutti riceviamo e inviamo continuamente, a base di faccine, cuoricini, simboli, ed errori di ortografia.
Gli esperti dell’ACC, interpellati sull’argomento, propongono:
,,,,, virgole di sospensione. In numero indefinito, per una pausa d’effetto particolarmente significativa
:: quattro punti. Quando si apre una spiegazione nella spiegazione (capita nei messaggi molto lunghi e confusi)
., punto e virgola orizzontale. Sostituisce il classico punto e virgola verticale, detto anche “lo sfigato della punteggiatura” perché nessuno ha mi capito bene quando usarlo
._ punto fermo un giro. Chiude un discorso, ma non definitivamente, lasciando aperta la possibilità di una spiegazione
∞ punto fermissimo, da qui all’eternità. Si userà quando si è certi che le considerazioni espresse sono definitive, e che l’interlocutore verrà cancellato dai propri contatti


I punti esclamativi, un tempo animali solitari,
hanno ritrovato la gioia di stare insieme
ARRIVANO I MISSIONARI 2.0
A fine luglio si è svolto il primo Giubileo degli Influencer e dei Missionari Digitali.
L’evento ha visto la partecipazione di oltre millesettecento “missionari dell’era digitale” provenienti da settantacinque Paesi.
Il mondo, grazie alla digitalizzazione, si evolve a ritmi esponenziali, toccando tutti i settori, dal lavoro, all’economia, fino ad arrivare allo sport e al tempo libero, pertanto, è indispensabile che anche la parola del Signore si avvalga di fibra ottica e wi-fi per proseguire nell’opera di evangelizzazione.
Molti parroci fanno da tempo uso di webcam e social per raggiungere i nativi digitali, ma è necessario l’intervento di veri e propri influencer della fede per diffondere i principi cristiani.
I social potrebbero diventare un trampolino di lancio per la parola di Dio, successo che potrebbe trovare riscontro nei “Like” ottenuti e nella mole di follower.
Del resto proprio Gesù Cristo fu uno dei primi influencer della storia, iniziò con una dozzina di follower ma, nel giro di pochi secoli, il suo nome echeggiò in ogni settore sferico del globo.
L’evangelizzazione, attraverso i social, offre l’opportunità di seguire le cerimonie religiose attraverso le dirette web, di mettere i “Mi Piace”, e supportare i sacerdoti nell’esercizio delle proprie funzioni.
Alle perpetue sarà inibito l’utilizzo di piattaforme di dubbia moralità come OnlyFans, ma potranno iscriversi su Tinder se desiderano cambiare parrocchia.
I credenti potranno partecipare all’eucaristia con ostie consegnate a casa da Just Eat o Deliveroo.
Qualora a un follower scappasse un moccolone a causa dei disservizi della rete, sarà sufficiente premere “Control Z” per cancellare la bestemmia.
Grazie a video e immagini a tema religioso tutti i fedeli saranno considerati osservanti di default.
Chi dovesse peccare potrebbe venire bloccato fino all’avvenuto pentimento e alla conseguente espiazione delle colpe che, in base alla gravità, potrebbero consistere nel recitare un determinato numero di preghiere davanti alla webcam, oppure e mettere un determinato numero di “Like” a santi prestabiliti.
La Chiesa non esclude la possibilità che in altre galassie vi siano forme di vita aliene e, come creature di Dio, potrebbe rendersi necessario evangelizzare i pianeti abitati.
Portare il segnale wi-fi oltre i confini della Via Lattea è un progetto ambizioso per gli attuali fornitori di disservizi che, normalmente, non riescono a garantire una ventina di mbps a Brevigliasco. I tecnici stanno valutando l’utilizzo di una sonda orbitante intorno a Saturno, oppure di sfruttare i ripetitori di Radio Maria (scelta consigliata).
E qui la parabola tanto cara al Signore inizia ad acquisire un senso.

PRENDERE IL BLU CON FILOSOFIA
In Piemonte abbiamo un simpatico modo di dire dialettale: dé l’bleu, letteralmente dare il blu. Il suo significato metaforico è piantare in asso, mancare all’appuntamento, o interrompere una relazione senza preavviso. La colorita (e colorata) espressione ha radici storiche. Si riconduce a fatti accaduti nel 1815 durante la Restaurazione, quando il Piemonte si liberò dal giogo napoleonico, e le insegne francesi vennero dipinte di blu, colore rappresentativo dei Savoia. Tutto ciò che inneggiava al precedente periodo venne coperto da quel colore, per rivendicare l’autorità savoiarda sul regime napoleonico.
Oggi, quando una relazione amorosa si interrompe perché uno dei partner si defila senza dare spiegazioni, si parla di ghosting, ennesimo termine inglese fra i tanti spacciati continuamente dai Media. Chi sceglie di fare ghosting si cancella di punto in bianco dal sito di incontri, dai Social e dai contatti dell’altro, diventando un ghost, un fantasma, un’entità invisibile nel mondo online.
Se questo sembra già brutto, di recente è stato superato dal cosiddetto banksying, una forma di abbandono più subdola, che implica un periodo di distacco emotivo e di lunghi silenzi, che preludono alla rottura finale. La parola deriva dal famoso artista di strada Banksy, noto per i suoi murales, che appaiono a sorpresa ma scompaiono in modo altrettanto inaspettato.
I nonni di oggi ricordano sistemi più casalinghi, ma altrettanto crudeli, usati ai tempi in cui non c’erano né internet né i cellulari. Quando ci si voleva “sfidanzare”, si chiedeva alla mamma di rispondere al telefono, dopo averla ben istruita su cosa dire nel caso fosse la persona che si voleva evitare: “Non c'è… mi dispiace… non so dove sia, né quando rientra”. Le mamme bugiarde si rendevano complici dei figli codardi, e forse questo era il lato più squallido della situazione. Non c’era bisogno di sapere l’inglese: dopo un certo numero di queste risposte anche il più insistente dei fidanzati capiva. A volte si sfogava con il migliore amico; i più disperati scrivevano lettere alla “Posta del Cuore” di qualche rivista.
Si soffriva, certo, ma si sopravviveva. Il momento della rottura di un rapporto di coppia è sempre doloroso, e lo è ancora di più se il partner non si prende nemmeno la responsabilità di affrontare l’argomento vis a vis, negandosi a ogni richiesta di spiegazione. Definire certi comportamenti con parole inglesi non cambia la sostanza, né rende meno carogna chi la pratica.
In conclusione, bisognerebbe essere avvisati fin da piccoli che l'amore è un sentimento umano, e come tale si modifica nel tempo: la passione si spegne, le aspettative cambiano e, pur senza un motivo evidente, ci si sveglia un mattino non più innamorati. Sarebbe opportuno insegnare che la sincerità è il modo migliore di affrontare l’argomento in una relazione. Soprattutto, bisognerebbe ricordare che il tempo attenua ogni sofferenza, e anche per chi viene lasciato c’è ancora vita e possibilità di future gioie.


IN ARRIVO GLI INCENTIVI ALLE INFRAZIONI STRADALI
Grazie alle sanzioni comminate agli automobilisti indisciplinati i comuni italiani riescono a far quadrare i bilanci.
Nel 2024 gli incassi dovuti alle multe per le infrazioni stradali hanno quasi raggiunto i due miliardi di euro dando ampio respiro alle casse dei comuni sempre in difficoltà a causa dei tagli imposti dalle leggi di bilancio.
Purtroppo i soldi non bastano mai e gli automobilisti, proprio per evitare pesanti esborsi e decurtazione di punti sulla patente, fanno il possibile per rispettare il Codice della Strada.
A trovare la soluzione, come sempre, ci pensa l’Accademia dei Cinque Cereali con una proposta che prende spunto direttamente dal marketing da supermercato.
Si tratterebbe di assegnare “punti ganascia” in base alle infrazioni commesse, per incentivare gli automobilisti a farsi multare.
Al raggiungimento di un determinato numero di punti, l’automobilista indisciplinato, potrà ritirare un premio oppure ottenere agevolazioni sui servizi.
Ogni comune potrà assegnare da 1 a 10 punti in base alle infrazioni che desidera incentivare.
I punti accumulati sulla patente, validi su tutto il territorio nazionale, saranno utilizzabili per ritirare premi che andranno dal deodorante per auto (20 punti), al set di tappetini o al portascì, per arrivare fino a premi di alto profilo come il carrello per trasporto motoscafo o addirittura l’auto sportiva nuova fiammante (900.000 punti). Sarà possibile altresì utilizzare i punti ganascia per ottenere sconti su carburante, pedaggi autostradali, parcheggi a pagamento e manutenzione all’autovettura.
Gli amministratori locali si sono prontamente attivati e hanno determinato l’assegnazione dei punti in base alle proprie esigenze:
i comuni ad economia prevalentemente turistica come Solona Romana, Sembrate Marittima, Marina di Piada di Romagna, e Tontolone al Tagliamento, allo scopo di incentivare il turismo, assegneranno il massimo dei punti ai parcheggi per divieto di sosta e alla guida con uso di cellulari;
i comuni lombardi ubicati nelle zone ad alta produttività come Tribolate sul Serio, Panzanate Brianza, Baggianate di Sotto, Frottola Valtrompia, Burlate sul Serio e Carognate sul Serio, avranno un occhio di riguardo per infrazioni come il superamento dei limiti di velocità e la mancata precedenza;
i comuni del milanese come Bufalona sul Naviglio, Cagate sul Naviglio e la confinante Cagate Sotto, promuoveranno la guida pericolosa e la mancata precedenza ai pedoni sugli attraversamenti zebrati;
altri comuni come Brevigliasco, Rimbambite Ticino, Fanfaluca Canavese e Fandonia Valdastico, sono propensi ad assegnare il massimo dei punti ganascia alla guida in stato di ebbrezza e mancato uso di cinture di sicurezza.


RITMI ALL’INCIRCA CIRCADIANI
Nei suoi primi mesi di vita, ogni bambino è in grado di scombussolare l’esistenza a tutta la famiglia, alterando completamente i ritmi sonno-veglia. I neonati, infatti, sono esserini particolarmente affamati, e necessitano di essere allattati anche la notte. Quando tutto va bene, il piccolo si sveglia piangendo, ma se viene subito nutrito e cambiato, dopo qualche coccola e qualche ruttino si riaddormenta. In questi casi si dice, con una soave metafora, che i genitori ‘hanno avuto culo’. Diversamente, il ‘culo’ se lo devono fare ogni notte, nel passeggiare e ninnare per ore il piccoletto inconsolabile, che si agita, strilla, e non vuol saperne di dormire. Alle prime ore del giorno, quando tutti si devono alzare per andare al lavoro o a scuola, l’indemoniato si addormenta beatamente nella culla, forse esorcizzato dalla luce del sole come i vampiri. In questi casi, l’esperto dice che il bambino non ha ancora sviluppato il corretto ritmo circadiano, cioè, detto in parole domestiche, scambia il giorno per la notte.
Il povero pediatra, oggetto di continue telefonate da parte dei genitori disperati, non può certo accontentarli prescrivendo dei sonniferi a un neonato, pena la cancellazione dall’Albo. Si limita a consigliare pazienza e biberon di camomilla, spiegando che i neonati non sviluppano il cosiddetto “orologio biologico” prima dei 3-4 mesi. Ma la camomilla non ha alcun effetto, se non quello di produrre tanta pipì che, a dispetto delle promesse della pubblicità, fuoriesce immancabilmente dal pannolino.
A volte, i 3-4 mesi diventano anche 15-18, come la naja di una volta, ma prima o poi anche il bimbo più ribelle si adegua agli orari normali, e finalmente il suo orologio biologico funziona bene per tanti anni, senza bisogno di sostituire la batteria.
Ma nell’età senile, proprio quando siamo in pensione, liberi dalla sveglia del mattino, e con la possibilità di dormire finalmente quanto ci pare, il nostro ritmo circadiano si guasta. Il motivo non si sa, forse un semplice capriccio di Madre Natura, che a volte si diverte a farci i dispetti.
Allora chiediamo aiuto al dottore, che non è più il pediatra paziente e rassicurante, ma un medico di base, perennemente scocciato dai lacciuoli della burocrazia sanitaria, sfinito dal carico di pazienti di terza, quarta e ormai quinta età, che lamentano disturbi d’ogni genere, e non si rassegnano all’invecchiare. Così ci liquida con gli integratori di valeriana, qualche ansiolitico dal blando effetto calmante, e qualche raccomandazione sul “corretto stile di vita” (espressione odiosa, usata con sottile perfidia dalla medicina occidentale per convincere i pazienti che è colpa loro se non stanno bene).
Ma noi non siamo malati; semplicemente ci svegliamo, a notte fonda, per l’urgenza di fare pipì. Andiamo in bagno, torniamo nel letto, ed ecco che, in qualche modo misterioso, entriamo in un varco temporale aperto sul passato, e ci ritroviamo neonati: svegli nel buio a occhi spalancati, pensieri confusi, pianto immotivato, incazzatura col mondo, energia disordinata che non sappiamo come utilizzare. Del resto, è notte: non possiamo certo alzarci e fare le pulizie, o peggio, fare una passeggiata nel parco, fra i pusher e la loro rassicurante clientela. Ci limitiamo perciò a leggere un libro, a smanettare sullo smartphone, a guardare un film sulle TV a pagamento, senza audio e con i sottotitoli per non disturbare i vicini.
Il sonno arriva solo al mattino, proprio come succede ai neonati rompiscatole. Ma guai a dormire di giorno - ci dicono - poiché il ritmo circadiano potrebbe invertirsi totalmente, e non sarebbe più possibile vivere nella società civile.
Così ci aggiriamo come zombie, lenti di movimento e di comprendonio, depressi e scontrosi. Insopportabili a noi stessi, e al resto del mondo.

L’ESTATE STA FINENDO: ADOTTATE UNO PSICOTERAPEUTA
Dopo il grande successo estivo dell’iniziativa “Psicologo sotto l'ombrellone”, la stagione volge al termine e migliaia di studiosi della psiche hanno già visto rientrare i loro pazienti dalle spiagge.
La trovata ha prodotto ottimi risultati e dato l’opportunità agli psicologi di operare all’aria aperta, presso gli stabilimenti balneari, aiutando i turisti a scaricare lo stress accumulato durante l'anno lavorativo.
L’interessante iniziativa è stata accolta favorevolmente dai bagnanti, e hanno apprezzato l’aiuto di questi professionisti che, con il garbo richiesto dalla situazione, si limitavano ad ascoltare i loro sfoghi nel tentativo di alleviare le loro ansie.
Purtroppo non sono mancate le polemiche da parte degli operatori stagionali come baristi e parrucchiere, ormai deputati al ruolo consolidato di confidenti dei bagnanti in maniera del tutto gratuita. Hanno altresì mostrato il loro disappunto i vicini di ombrellone che abitualmente origliavano in maniera del tutto gratuita, senza pretendere un centesimo, estate dopo estate.
Gli psicologi itineranti si potevano distinguere facilmente dai venditori ambulanti poiché, invece di urlare “Cocco Bello”, richiamavano l’attenzione dei pazienti-bagnanti sussurrando le parole “Strizza Cervello”.
In poche località balneari del sud è ancora possibile fare gli ultimi tuffi e le ultime sedute psicanalitiche senza il rischio di prendersi una polmonite, ma ben presto gli psicologi ancora in servizio, giungeranno all’ultima spiaggia.
Sarà possibile adottarne uno, prenotando un ciclo di sedute presso il suo studio in città. Ma allo psicoterapeuta che sentirà la mancanza dei villeggianti non resterà che attendere dicembre, per proporre la versione “Psicologo sotto l’albero” durante le vacanze di Natale.


L’ESTATE STA FINENDO: ADOTTATE UNO PSICOTERAPEUTA
Dopo il grande successo estivo dell’iniziativa “Psicologo sotto l'ombrellone”, la stagione volge al termine e migliaia di studiosi della psiche hanno già visto rientrare i loro pazienti dalle spiagge.
La trovata ha prodotto ottimi risultati e dato l’opportunità agli psicologi di operare all’aria aperta, presso gli stabilimenti balneari, aiutando i turisti a scaricare lo stress accumulato durante l'anno lavorativo.
L’interessante iniziativa è stata accolta favorevolmente dai bagnanti, e hanno apprezzato l’aiuto di questi professionisti che, con il garbo richiesto dalla situazione, si limitavano ad ascoltare i loro sfoghi nel tentativo di alleviare le loro ansie.
Purtroppo non sono mancate le polemiche da parte degli operatori stagionali come baristi e parrucchiere, ormai deputati al ruolo consolidato di confidenti dei bagnanti in maniera del tutto gratuita. Hanno altresì mostrato il loro disappunto i vicini di ombrellone che abitualmente origliavano in maniera del tutto gratuita, senza pretendere un centesimo, estate dopo estate.
Gli psicologi itineranti si potevano distinguere facilmente dai venditori ambulanti poiché, invece di urlare “Cocco Bello”, richiamavano l’attenzione dei pazienti-bagnanti sussurrando le parole “Strizza Cervello”.
In poche località balneari del sud è ancora possibile fare gli ultimi tuffi e le ultime sedute psicanalitiche senza il rischio di prendersi una polmonite, ma ben presto gli psicologi ancora in servizio, giungeranno all’ultima spiaggia.
Sarà possibile adottarne uno, prenotando un ciclo di sedute presso il suo studio in città. Ma allo psicoterapeuta che sentirà la mancanza dei villeggianti non resterà che attendere dicembre, per proporre la versione “Psicologo sotto l’albero” durante le vacanze di Natale.


NÉ CARNE NÉ PESCE
Secondo i massimi esperti tuttologi, onnipresenti e prodighi di consigli a tutte le ore, un’alimentazione sana è importante per mantenersi in buona salute. Le regole diventano sempre più restrittive: poca carne, niente formaggio, frutta sì, però, attenzione perché contiene zuccheri, pane poco e rigorosamente integrale (quello che sa di segatura), uova sì, ma esclusivamente bollite, o in camicia (che poi sono bollite senza il guscio).
E se, innervositi dalla dieta, vi mangiate le unghie, sappiate che sono ricettacolo di sporcizia e germi, e bisognerebbe prima farle bollire…
C’è qualcosa che si può mangiare a volontà, senza sensi di colpa? Certo: il pesce e le verdure. Ma non le patate fritte, proprio le verdure: fagiolini, broccoli, spinaci, verza… Insomma, una delizia.
Quand’ero bambina mi dicevano “mangia pesce che contiene fosforo, per il cervello”. Ma a Torino il pesce erano il tonno e le sardine in scatola, le acciughe sotto sale, il baccalà con la polenta, e raramente la trota. A compensare la carenza di pesce fresco, c’era l’olio di fegato di merluzzo, un liquido viscido, maleodorante e disgustoso che veniva sadicamente somministrato ai bambini. Lo ricordo come una tortura mattutina, con effetti che si manifestavano anche dopo ore. Infatti, come premio per averlo inghiottito senza vomitare, mamma mi permetteva di bere mezzo bicchiere di Coca-Cola. Così, ad ogni ruttino successivo, il sapore del fegato di merluzzo risaliva in bocca, seguito da un retrogusto di Coca-Cola. Non c’era ancora il Telefono Azzurro per denunciare tale violenza su bambini innocenti.
La prima volta che assaggiai del vero pesce fu durante una breve vacanza sulla riviera ligure: mamma comprò le sardine fresche dai pescatori sulla spiaggia. Le pulì nel lavello della cucina, le infarinò e le fece friggere in padella. Erano buone, ma l’odore di pesce impestò il lavello, il fornello e l’aria contenuta nel piccolo appartamento per un paio di giorni. Quando ripeté l’esperimento, papà le chiese, con il consueto aplomb sabaudo: “Qui a Loano non vendono le sardine in scatola?”.
Così la nostra infanzia trascorse senza conoscere ed apprezzare non solo il famoso pesce azzurro, ma nemmeno quello di altri colori, e da brava bambina cattolica pregavo il Gesù appeso alla mensa delle suore di moltiplicarmi solo il pane, e far sparire il pesce.
Tutto questo ha influenzato i miei gusti alimentari, e ancora oggi se la carne mi piace poco, il pesce non mi piace per nulla.
Non mi piace l'odore, il sapore, la consistenza. Mi fa senso quell'occhio tondo e spalancato, che mi guarda fisso e accusatorio. A parte i vari mattoncini impanati di Capitan Findus (che dovrebbero contenere, tra gli altri ingredienti, anche un po’ di merluzzo), non so come cucinarlo, né come far sparire la puzza che poi ristagna in tutto l'appartamento.
Ad essere sincera non so neppure comprarlo. Al supermercato, di fronte al banco del pesce cado in una specie di trance. Ma, si sa, chi dorme non piglia pesci. Infatti, quando finalmente chiamano il mio numero, mi riscuoto dallo stato catatonico, e non so che pesci pigliare: mi fanno tutti un po’ senso, specie quelli grandi con la faccia cattiva, e le anguille vive, attorcigliate nella vasca. Allora, ordino i soliti due tranci di salmone, che a casa posso trasferire direttamente dal pacchetto alla teglia, senza sporcarmi le mani. Messa la teglia in forno, imposto il tempo di cottura e la temperatura, e non ci penso più fino al trillo del timer. Una gran comodità.
Purtroppo, a volte non sento il trillo, ma l’odore di bruciato. Allora butto il salmone tostato nell’umido e… mi butto (a pesce) sui formaggi.


AUTUNNO-INVERNO: STAGIONI DEL CAVOLO
Questo ortaggio è ritornato sulle bancarelle dei mercati, in tutte le sue forme.
Cavolo-cappuccio, cavolo-fiore, cavolo-rapa, cavolo-verza, cavolo-di-Bruxelles... ma quanti sono ‘sti cavoli? Secondo nuove tendenze essi sarebbero zeppi di sostanze benefiche, antiossidanti, antitumorali, antistress e via dicendo, veri e propri elisir di lunga vita, cucinabili come contorno. Si dice addirittura che la chemioterapia abbia ormai i giorni contati: presto, appena gli ultimi tre ricercatori italiani non ancora licenziati avranno concluso i loro studi, essa sarà sostituita dalla cavoloterapia, che altro non è che una terapia del cavolo.
Il cavolo è anche l’oggetto di alcuni antichi modi di dire. Vi siete mai chiesti, per esempio, quale sia l’origine dei famosi “cavoli a merenda”? Non c’è bisogno di andare molto lontano: li ha inventati mia madre. Non la giudico, poveretta.
A un’ottima cuoca come lei erano toccati in sorte figli inappetenti. Convinta della necessità di regole, se a tavola non finivamo le verdure (cavoli compresi) non avevamo diritto al dolce e soprattutto gli avanzi ci toccavano al pasto successivo, che poteva anche essere la merenda.
Non c’era ancora il dottor Benjamin Spock e i suoi consigli. Solo alcuni PPA, Principi Pedagogici Assoluti, tramandati dagli antenati contadini, come quel “Mangia che diventi grande” che col tempo si rivelava quasi sempre una bufala.
Infatti né io né mia sorella, ahimè, abbiamo superato il metro e cinquantacinque di statura. Poi c’è l’espressione “salvare capra e cavoli” la cui origine, dicono, risale alla penosa storia di un tizio che doveva traghettare dall’altra parte del fiume la sua capra e i suoi cavoli, e non sapeva come fare per evitare che l’una mangiasse gli altri durante il tragitto.
La storia è diventata lo spunto per test di intelligenza, veri contorcimenti di logica, quando sarebbe bastato mettere una museruola alla capra, oppure metterla sopra la panca (si sa, sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa) e metterci sotto i cavoli. La capra... col cavolo che sarebbe scesa sotto la panca, rischiando di crepare!
C’è anche il detto “Se non è zuppa è pan bagnato”.
Che cosa c’entra con il cavolo? Ora ve lo spiego.
Per me la zuppa è per antonomasia la zuppa di cavoli, quella che faceva mia zia al paese.
La “cavolata” della zia era qualcosa di magico: quando metteva a bollire il cavolo, al mattino presto, mentre noi bambini si faceva colazione, l’odore era a dir poco nauseabondo. Poi andavamo fuori e quando rientravamo per il pranzo c’era sul tavolo una zuppiera fumante, con dentro una minestra buonissima e un piatto di crostini di pane casereccio profumato da far resuscitare i morti.
Che cosa mia zia aggiungesse ai cavoli e quali trattamenti successivi facesse per operare la trasformazione era un mistero, ma la cavolata con i crostini era una vera specialità: io, mia sorella e i miei cugini ce la ricordiamo ancora adesso.
Solo a Carlino la zuppa non piaceva, ma, vedendo il nostro entusiasmo, non osava dire niente e la ingoiava lentamente, una cucchiaiata dopo l’altra, con la faccia di un santo sottoposto a supplizio. In due parole: per lui la zuppa erano sempre “cavoli amari”.
Ma un giorno, all’ora di pranzo, mia zia dovette andare con urgenza dalla vicina di casa che aveva le doglie. Così Carlino si fece coraggio, afferrò saldamente il piatto colmo di zuppa, si alzò e camminò lentamente fino al gabinetto (uno stanzino con una turca, in fondo al corridoio), seguito da Bric, il cagnolino di zia.
Bric doveva aver pensato di essere il destinatario del piatto, con quel che di commestibile conteneva, perché scodinzolava tutto contento.
Quel che successe al gabinetto noi non lo vedemmo. Sentimmo solo il rumore dello sciacquone, poi un grido di Carlino, un po’ di trambusto e infine vedemmo arrivare Bric di corsa, grondante acqua, brodo e pezzetti di verdura. Si infilò tremante sotto la credenza e non volle più uscire.
Per solidarietà aiutammo Carlino a pulire quel disastro.
Ma la zia non era nata ieri: appena entrata in cucina, fiutò l’aria, guardò noi cinque seduti compostamente, chiamò Bric, che non venne a farle le feste come faceva di solito, e infine disse: “Che cavolo avete combinato?”
Disse così e per Carlino furono cavoli amari anche quella volta. Sì perché il cavolo ci riempie la bocca, non solo mentre lo mangiamo, ma anche ogni volta che vorremmo dire un’altra parola, o i suoi derivati, ma non possiamo perché la situazione richiede una certa proprietà di linguaggio. Allora diamo sfogo ai cavoli e agli eufemismi che ormai usano solo più le educande: sono incavolato, hai fatto una cavolata, che cavolo vuoi? Fatti i cavoli tuoi!
Dal giorno in cui Bric quasi affogò nel gabinetto per seguire la zuppa di cavolo, il proverbio di cui parlavo, quello che non c’entrava niente, per noi della famiglia di- ventò “Se non è zuppa è CAN bagnato” e il cavolo, come dicevo, c’entra sempre.


BARE BEATING: NE SENTIVAMO LA MANCANZA?
Di recente i giornali italiani hanno introdotto l’ennesimo anglicismo, come se gli oltre duecentomila lemmi della nostra bella lingua non bastassero a descrivere certe situazioni.
Che cosa potrebbe significare bare beating? Proviamo a improvvisare: la prima traduzione maccheronica che ci salta in mente è “beati dentro la bara”, che ci ricorda i papi defunti esposti in Vaticano, che hanno in volto un’espressione decisamente “beating” mentre stringono l’ormai inutile rosario fra le dita.
Oppure, potrebbe voler dire “battere una barra (di ferro, finché è caldo)”, o ancora, sguinzagliando la fantasia, “barare, facendo battute”, in modo da distrarre gli avversari durante una partita a poker.
Per fortuna Google lo sa, e ce lo spiega: il bare beating sarebbe la pratica di riprodurre musica o video ad alto volume su dispositivi elettronici, senza usare le cuffie, costringendo gli altri a sentirla.
In sostanza, si tratta di disturbo della quiete pubblica, esercitato con dispositivi moderni.
In Irlanda hanno deciso di punire questo tipo di comportamento con sanzioni amministrative. Personalmente sono d’accordo: sui mezzi pubblici siamo già costretti a condizioni di disagio, sovente in piedi pigiati nella ressa, infastiditi dal rumore di fondo, dagli odori di umanità sudaticcia, e dal ticchettio di chi messaggia compulsivamente sul cellulare. Perché dobbiamo anche essere costretti a sentire musica ad alto volume, che sovente è solo rumore? È un fastidio evitabile, basterebbe usare gli auricolari: ne esistono di tutti i tipi e di tutti i prezzi.
Propongo di multare anche le telefonate che superano la durata di due minuti e l'intensità sonora di 40 decibel. A nessuno interessano i fatti altrui, le vuote chiacchiere e le banalità che si dicono in conversazioni telefoniche il più delle volte inutili:
Sì, sto arrivando… dieci minuti. Ma prima devo passare in panetteria, poi a prendere le crocchette del gatto… Tu dove sei? Ma perché?… Eh? In panetteria vuoi le tartarughe?
Parla più forte, non ti sento!
Non si sa se dall’altra parte parlano più forte, ma di sicuro da questa parte urlano i loro insulsi problemi di orari, forme di pane e crocchette per gatti...
Per non parlare delle conversazioni in lingua straniera, oggi sempre più frequenti: da Nord a Sud, da Est a Ovest di questo affollato pianeta, lingue baltiche e africane, asiatiche e sudamericane, si confondono in una cacofonia fastidiosa e incomprensibile che si amplifica sui treni, tram e metropolitane: finalmente si comprende il significato della punizione biblica della Torre di Babele. Ascoltare lunghe chiacchierate a voce alta e in lingua sconosciuta è dannoso all’umore, oltre che all’udito. Non possiamo spostarci né scendere, siamo costretti ad ascoltare. Non serve guardare con insistenza il disturbatore, nella speranza che chiuda la telefonata, o che almeno gli scorrano sulla fronte i sottotitoli: è il bare beating, bellezza, quel fenomeno che ci fa desiderare in certi momenti la beata pace dei morti.

IN ARRIVO LE CASE DI RIPOSO PER GIOVANI
Le RSA, residenze dedicate principalmente agli anziani e alle persone non autosufficienti, vengono scelte come domicilio da persone che, dopo una vita di duro lavoro, decidono di trascorrere l’autunno della propria esistenza all’insegna di un meritato riposo.
Spesso chi sente il peso delle incombenze quotidiane può decidere di ritirarsi laddove può essere assistito adeguatamente da personale preparato. Talvolta la scelta è obbligata perché le condizioni psico-fisiche impongono il bisogno di un sostegno continuativo.
Secondo uno studio dell’ACC, un numero crescente di giovani sente sempre più il peso dello studio o del lavoro, al punto che ha bisogno di riposo a dispetto dell’età non certamente avanzata.
Esiste infatti una categoria di giovanissimi definita NEET (Not in Education, Employment or Training), riferita a ragazzi che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione. In pratica sono persone assolutamente improduttive apparentemente senza più nulla da dare alla vita, esattamente come molti ultranovantenni dopo una vita di duro lavoro e di sacrifici.
Si tratta di giovani stanchi e bisognosi di riposo che, secondo le stime, supererebbero il milione e mezzo di individui; essi potrebbero essere accolti in strutture adeguate e attrezzate, simili alle normali case di riposo.
Si potrebbero realizzare a tale scopo le RSB, Residenze Assistenziali dove B non significa di serie B, ma “Bighelloni”.
Gli operatori sanitari si occuperanno di provvedere ai fabbisogni degli ospiti. I più svogliati, potranno addirittura disporre di pannolone e carrozzina per muoversi all’interno della struttura e di assistenza durante i pasti. Nei casi di svogliatezza cronica potranno risparmiare altresì le energie necessarie alla masticazione ed essere alimentati esternamente, ma solo se hanno raggiunto la maggiore età.
Auspichiamo che il governo prenda atto di questa necessità e che intervenga quanto prima con adeguati provvedimenti, poiché è evidente che non esiste un’età determinata per sentirsi vecchi e stanchi.




TROVATO NEL TORINESE UN PITONE MALE IN ARNESE
Un pitone reale è stato avvistato qualche giorno sulla riva del Po, nei pressi di Moncalieri.
La notizia, già curiosa di per sé, continua a sorprendere proseguendo nella lettura degli articoli.
Secondo la Repubblica, l’animale appartiene a una delle specie più diffuse tra i rettili da compagnia. Devo ammettere di essere rimasta basita nell’apprendere che un pitone, seppure reale, possa essere considerato un animale da compagnia. Nonostante sia definito non pericoloso per l’uomo in quanto non velenoso (ma nemmeno Hitler lo era), e troppo piccolo per stritolare una persona tra le sue spire (meglio comunque non metterselo al collo) ci vuole fantasia nell’immaginare che possa farti compagnia. Potrebbe essere almeno un buon ascoltatore? Ne dubito, dal momento che non ha le orecchie. In ogni caso respira, e mangia. Mi informo su questa specie, e scopro che mangia di preferenza topi, cavie e ratti. Se proprio non c’è altro, si accontenta di pulcini e quaglie. Google consiglia di valutare peso e misure delle prede, che devono essere proporzionate alle dimensioni del pitone. Inoltre, raccomanda di accertarsi, prima della somministrazione di ogni pasto, che il serpente abbia già defecato quello precedente, per scongiurare il rischio di pericolose costipazioni.
Capito adesso dove sta la “compagnia”? Se proprio non fanno le fusa e non scodinzolano, queste bestiole ti tengono impegnato parecchio: devi procurarti le prede, pesarle, misurarle e, dulcis in fundo, controllare le sue feci e rimuoverle dalla lettiera. Tempo che avresti trascorso noiosamente da solo sul divano, guardando la tv, o schiacciando un pisolino.
L’esemplare avvistato a Moncalieri - prosegue l’articolo - era molto abbattuto e disidratato. Comprensibile, poveretto: non si fidava, giustamente, a bere l’acqua del Po. Inoltre, essendo un animale allevato in cattività, non era in grado di cacciare topi, pantegane e piccioni, di cui la fauna torinese è ricca. Tutto questo lo ha fatto prima incazzare, e successivamente cadere in depressione.
È stato recuperato dai veterinari del Centro Animali Non Convenzionali di Torino (CANC), e ivi ricoverato per cure varie e sedute psicoanalitiche. L’ipotesi è che si tratti di un animale smarrito o abbandonato. Se il proprietario non si farà vivo nei tempi previsti dalla legge, verranno avviate le pratiche per un nuovo affidamento.
Se qualche lettore de LA STAMPELLA fosse interessato, può recarsi ai cancelli del CANC, e presentarsi come candidato affidatario.
Sappia però che un pitone reale può vivere anche 20-30 anni. Nel caso l’adozione si rivelasse col tempo troppo impegnativa, o impedisse al proprietario di andarsene in vacanza con la famiglia, tengo a precisare che, in caso di abbandono in autostrada, non c’è nemmeno bisogno di legarlo al guardrail: vi si annoda da sé.
Consiglio però di valutare l’ipotesi di adottare, al posto di un pitone reale, un pitone immaginario: sarebbe comunque un animale domestico non convenzionale, ma più divertente, e a costo zero.
Il divertimento sarebbe nel far credere agli ospiti poco graditi che avete adottato un pitone, poi condurli davanti alla teca, ovviamente vuota, sbarrare gli occhi e gridare “Oddio, è riuscito ad uscire! Dove sarà adesso?”.
E vedere di nascosto l’effetto che fa.

SBAGLIA DANZA DELLA PIOGGIA: SEI MESI DI SICCITÀ
Il capo tribù ha assunto un ballerino uscito dai reality
che causa un danno inestimabile.
.
La scelta di risparmiare sui riti propiziatori è costata l’ira di Manitù a una piccola tribù dello Utah.
Si sa, ormai i tagli colpiscono tutti, e anche i nativi americani devono far quadrare i bilanci.
L’unica soluzione è una politica di austerità in attesa di tempi migliori.
Ma, come spesso accade, tagliare trasversalmente su tutti i servizi non genera i benefici previsti.
Il Grande Capo Bisonte Esasperato, della tribù dei “Piedi Rossoneri”, una comunità di nativi americani noti per avere un piede rosso e uno nero, in primavera, ha deciso di provvedere alla scarsità idrica che flagella i loro territori con l’antico e collaudato metodo della cosiddetta “Danza della pioggia”.
Per risparmiare, anziché affidarsi a uno stregone di comprovata esperienza, si è rivolto a un giovane indiano, vincitore del reality show “Ballando coi Cheyenne”.
Purtroppo il sedicente ballerino non si è dimostrato all’altezza del compito affidatogli, finendo per eseguire i passi di danza al contrario, provocando così una siccità senza precedenti.
Sono trascorsi oltre sei mesi, ma sui campi coltivabili dei Piedi Rossoneri non è ancora scesa una goccia d’acqua.
Sembra che Bisonte Esasperato, esasperato da questa drammatica situazione, intenda ricorrere alle maniere forti, organizzando un evento all’aperto con ingaggio dell’intero corpo di ballo del Majestic Theatre di Broadway, che dovrebbe portare in scena lo spettacolo “Cantando sotto la pioggia – Singin' in the rain”.


Gli scritti che contengono riferimenti a persone realmente esistenti hanno il solo scopo (si spera) di far sorridere e sono frutto del vaneggiare degli autori. Se tuttavia qualcuno non gradisse un articolo o una sua parte può chiederne la rimozione all’indirizzo di cui sopra, motivando l’istanza.
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