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Umorismo di sostegno

PUBBLICAZIONE UMORISTICA FONDATA DALL'ACCADEMIA DEI CINQUE CEREALI IL 2 GIUGNO 2016

ANNO XI d.F. - IDEATO, SCRITTO, IMPAGINATO, POSTATO E LETTO DAGLI AUTORI E DA SEMPRE DEDICATO A FRANCO CANNAVÒ

Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori.
Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.

MIRACOLI




MIRACOLI



Gentilissima Accademia,


sono Angelo di Mandello Vitta, piccolo comune del novarese. Sabato sera sono stato in trattoria e mi sono strafogato di fritto misto alla piemontese.


Probabilmente ho accusato problemi di digestione e, durante la notte, in piena estasi fritto-mistica, ho iniziato a ragiona-re su argomenti religiosi.


In particolare, ho pensato: perché i miracoli riconosciuti dalla Chiesa si verificano su questioni di salute, e mai su altro tipo di eventi favorevoli?


Perché non capita mai di aprire il box auto e trovare una Lamborghini al posto della Panda? Come mai, pregando con insistenza e votandosi a qualche santo con fede sincera, non si ritrova un milione di €uro sul conto in banca?


Sarebbe bello se, almeno una volta, qualcuno da lassù recepisse le nostre preghiere.


I miei più ascoltati ringraziamenti,

Angelo Di Dio




RISPOSTA:


Carissimo Angelo,


grazie alle tue estasi fritto-mistiche abbiamo l’occasione di trattare qui, a bene-ficio di tutti i lettori, una materia di gran-de interesse: la miracologia.


Diciamo innanzitutto che il termine mira-colo ha origini laiche: è recuperato dal latino miraculum, che significa prodigio, stranezza, meraviglia. Quindi, per i latini un miracolo era tutto ciò che desta stupore e meraviglia, come un cavallo di razza, una bella donna, un banchetto luculliano (esattamente in quest’ordine).


Anche loro talvolta chiedevano aiuto agli dei in caso di difficoltà, ma se venivano esauditi non lo consideravano un miracolo, ma un segno di benevolenza da parte della divinità invocata, da ripagare con favori, offerte e sacrifici.


Solo con il diffondersi del Cristianesimo, il miracolo è diventato un evento attribuito a Dio e ai suoi famigliari (madre, figlio e spirito santo), oppure a santi certificati.


Il miracolo cristiano riguarda essenzialmente la salute fisica, quindi le guarigioni da gravi malattie o da disabilità incurabili, e gli incidenti evitati per intervento divino in extremis.


In quest’ultimo caso si parla infatti di incidente “evitato per miracolo”.


Eppure, caro Angelo, nella nostra tradizione evangelica ci sono stati anche miracoli il cui effetto non fu la guarigione: tra i più famosi ricordiamo la trasformazione dell’acqua in vino (tuttora oggetto di ricerche biochimiche ed enologiche), la moltiplicazione dei pani e dei pesci (operazione studiata a lungo dai matematici, che non sono mai riusciti a verificarla tramite la prova del nove), la mula affamata inginocchiata davanti a Sant’Antonio (anche se alcuni affermano che non ci fosse volontà della mula, ma solo il cedi-mento delle zampe anteriori a causa del digiuno prolungato).


Altro miracolo famoso è la liquefazione del sangue di San Gennaro, che non guarisce nessuno, ma porta benefici turistici ed economici al territorio in cui si manifesta. Si parla in questo caso di “miracolo economico”.


Le entità religiose in grado di fare miracoli non sono equipotenti, ma esiste una gerarchia: in testa troviamo Gesù che, unico nel genere miracolistico, poteva riportare in vita un defunto (caso emblematico quello di Lazzaro di Betania).


Seguono a ruota (la famosa sacra rota) le madonne e i santi, che possono guarire solo persone ancora vive.


I comuni mortali, invece, non fanno miracoli, anche se ognuno di noi è a conoscenza di almeno un caso di prodigio inspiegabile: si dice per esempio che ‘fanno miracoli’ gli anziani che riescono a sopravvivere con una pensione micragnosa, oppure le donne che si destreggiano fra lavoro, figli, e assistenza ai genitori anziani.


Ultima precisazione: succede a volte che qualcuno si ritrovi in cantina oggetti d’oro, diamanti e preziosi, oppure il divano letto imbottito di banconote di grosso taglio.


Tuttavia, secondo le Forze dell’Ordine, non si tratta di veri miracoli, e neppure di opere pie: non c’entra Padre Pio, e nemmeno Nostra Signora, ma piuttosto di certe entità misteriose, dette Signori di Cosa Nostra.



Nel 1999, a Burlate sul Serio, un disoccupato trovò un escavatore esattamente dove la sera prima aveva parcheggiato la vecchia Panda. Credendo nel miracolo e in un chiaro segno del destino, iniziò a lavorare come ruspista.
Solo in un secondo tempo si accorse che l’auto era stata rimossa dalla Polizia Locale per effettuare alcuni lavori stradali.

ROBOT DA CUCINA PREPARA PIATTI CON PEZZI MECCANICI



Un cinquantenne di Fandonia Valdastico, durante una “gita delle pentole” ha acquistato alcuni prodotti utili per la casa e, in particolare, un robot da cucina in grado di cucinare con ingredienti sani e genuini.


Si tratta di un dispositivo meccanico programmato per preparare succulenti piatti in completa autonomia.


A causa di un bug nella programmazione della scheda madre, o di una scarica di corrente elettrostatica, il robot ha iniziato a sfornare piatti a base di pezzi meccanici, utilizzando viti, bulloni, dadi, rondelle, ingranaggi e ogni altro parte di ricambio disponibile nelle migliori ferramenta.


Probabilmente l’androide non si identifica nel suo proprietario, ma si sente una macchina e, come tale, fatica a riconoscere gli ingredienti edibili da quelli sconsigliati per l’alimentazione umana.


Il malcapitato cinquantenne, educato si da bambino dalla mamma ad assaggiare sempre tutto e a non lasciare nulla nel piatto, si è armato di forchetta e seghetto da ferro e ha degustato ogni piatto.


A parte il cibo assai indigesto, probabilmente adatto a un fachiro, con enorme sorpresa, ha apprezzato appieno il gusto metallico degli ingredienti utilizzati.


Questa esperienza gustativa, olfattiva e sensoriale dimostra che i tempi sono maturi per assegnare le “chiavi inglesi” ai robot da cucina, equipollenti alle forchette d’argento conferite ai grandi chef.


L’ECLISSI VISTA DAI RAGAZZINI



L’Accademia dei Cinque Cereali, sempre attenta al sociale e alla promozione

della cultura scientifica, ha raccolto alcune considerazioni fra i bambini in età scolare

sul recente fenomeno astronomico dell’eclissi di sole.



Quel giorno la luna ha oscurato il sole, e questo deve essere un fatto davvero straordinario, perché in televisione nessuno parlava d’altro. Finita l’eclissi, i telegiornali hanno ricominciato a raccontarci i soliti avvenimenti, tipo le ultime buffonate di Trump, il clima assassino, il prezzo della benzina e, ahimé, le guerre.

Sergio, anni 12


Solo i più attenti alle informazioni hanno visto l’eclissi. Gli sprovveduti, come me e la mia famiglia, non hanno visto un bel niente: non avevamo gli indispensabili occhiali, non avevamo considerato che al tramonto il sole è basso, perciò dal nostro balcone non si vedeva, perché coperto dalle altre case.

Laura, 10 anni


Ho detto a mia nonna: “Guardiamo l’eclissi?”. Ma lei non era interessata, perché nella sua lunga vita l’aveva vista due volte, perciò sapeva già come va a finire.

Alessandro, 7 anni


Io non ho visto l’eclissi, ma ho cercato la parola online, e ho scoperto che viene dal latino eclīpsis, che a sua volta viene da una parola greca che significa ‘scomparsa’.

Tante altre parole italiane derivano dal greco. Eppure, quando andiamo in vacanza in Grecia non capiamo mai un tubo.

Tatiana, 13 anni


La parola eclissi è di genere femminile, e questo ha un senso, perché noi ragazze siamo più brave a eclissarci, per esempio quando vogliamo evitare lavori sgraditi, come sparecchiare tavola. Poi c’è mia mamma che si eclissa in bagno, quando deve uscire la sera con le amiche: vi entra che sembra Pina la moglie di Fantozzi, e ne esce mezz’ora dopo che sembra Orietta Berti a Sanremo.

Il sole, invece, dall’eclissi esce sempre uguale.

Valentina, 11 anni


Anche se non ho visto l’eclissi dal vivo (non volevo rovinarmi le retine) ho visto parecchie immagini in televisione, nelle illustrazioni del libro di scienze e anche in un video di YouTube. Si vede un’ombra nera, che gradatamente sembra mangiarsi il disco del sole: prima uno spicchio, poi metà, e alla fine lo ricopre tutto, e resta solo il contorno luminoso. Tutto questo entusiasmo però mi sembra esagerato: secondo me non è tanto diverso da un tramonto sul mare o fra le montagne.

Ludovico, 9 anni


Dicono che durante un’eclissi totale di sole gli uccellini smettono di cinguettare, gli insetti di ronzare, e cala un grande silenzio. Immagino che sia bellissimo. Invece, dove abito io non si sentono mai gli uccellini né gli insetti, ma solo il rumore del traffico e dei clacson giù in strada, e d’estate la tv del vicino che, essendo sordo, tiene il volume così alto che sembra di essere a un concerto rap.

Marco, 10 anni


A casa mia, durante l’eclissi, tutti facevano esattamente le stesse cose delle altre sere: mio fratello grande era al cellulare a bisbigliare con la sua ragazza, mio fratello piccolo giocava alla Playstation, mamma scongelava la cena nel microonde, papà dava consigli a mamma su come scongelare meglio, finché lei si è scocciata e gli ha detto: “Allora scongela tu che sei così bravo”. E come il sole si è eclissata in soggiorno.

Elisa, 12 anni


Io ero in vacanza al mare e l’eclissi non l’ho vista per colpa delle nuvole.

Da settimane non si vedeva una nuvola, eppure quella sera il cielo era coperto. Ho sprecato cinque euro di occhialini. Le nuvole sono creature dispettose.

Mariolino, 6 anni

Stéphanie Hop-là – ACC





La giornalista dell’ACC intervista alcuni bambini

La casa di fronte eclissa l’eclissi


Una eclissi quotidiana e bellissima




Il suggestivo sole di mezzanotte

VINCE AL LOTTO E DECIDE DI REGALARE IL 10% A OGNI AMICO



VINCE AL LOTTO E DECIDE DI REGALARE IL 10% A OGNI AMICO, MA IMPROVVISAMENTE RITROVA QUARANTADUE AMICI PERDUTI: COSTRETTO A IPOTECARE LA CASA



È accaduto a Burlate sul Serio, piccolo comune della bassa bergamasca.


Il signor Fortunato Mai, operaio in fonderia a Dalmine, ha sognato una vecchia zia deceduta dieci anni or sono.


Zia Arpalice in sogno gli ha comunicato tre numeri da giocare al lotto: 96, 124 e 160.


Svegliatosi di soprassalto ha immediatamente annotato le cifre per evitare di dimenticarle, vanificando lo sforzo della zietta.


Rileggendo gli appunti si è accorto che tutti i numeri erano ingiocabili, poiché superavano il 90. Facendo mente locale ha realizzato che zia Arpalice si divertiva a metterlo in difficoltà già da viva, figuriamoci ora che, da morta, non aveva più nulla da perdere.


Determinato a giocare al Lotto a tutti i costi, ha pensato di dividere a metà ogni numero e di giocarli sia sulla ruota Milano, sia su quella di Venezia, non potendo effettuare una giocata su Bergamo.


Detto, fatto! Ha giocato i numeri 48, 62 e 80 su entrambe le ruote e, incredibilmente, ha centrato due terni secchi incamerando la discreta cifra 8.240 euro.


Al settimo cielo per l’incredibile avvenimento, colto da un eccesso di zelo, ha deciso di regalare il 10% a ciascuno dei suoi amici; si trattava di donare 800 euro a testa a quei due o tre amici a cui era legato da una vita.


Sicuramente un bel gesto ma, parafrasando un antico adagio, è rischioso fare i conti senza l’oste.


La notizia degli 800 euro si è sparsa rapidamente e, nel giro di una settimana, ha ritrovato ben ventiquattro amici che aveva perduto di vista negli ultimi quarant’anni, ed è stato contattato da diciotto parenti che non sapeva di avere.


Fra i parenti riacquisiti vi sono due zii ultracentenari da parte di mamma, sedici cugini di settimo grado.


Per mantenere fede alla parola data, il signor Fortunato è stato costretto a ipotecare la propria abitazione per accendere un finanziamento decennale, in grado di soddisfare le aspettative di amici e parenti.


Talvolta i colpi di fortuna portano risvolti inaspettati, a lui rimane la gioia di aver ritrovato tante persone che gli vogliono bene.



Paul Rice – ACC

FARE LA PACE



FARE LA PACE

(Racconto breve, scritto brevi manu da una nonna breve)



Sara e Diego sono seduti uno di fronte all’altra al tavolo della cucina, su cui troneggia un’enorme torta alla crema.

- Assaggia! - ordina lei porgendogli il cucchiaino colmo di panna bianca prelevata dal bordo.

- Cos’è? - chiede lui dopo aver ingoiato.

- Ti piace? - domanda lei, premurosa.

Cavolo… non ha perso l’abitudine di rispondere a una domanda con un’altra domanda, pensa Diego. Pazienza; è ben deciso a non farsi indisporre da cosucce insignificanti come questa. È venuto per fare pace, non per litigare.

Hanno avuto qualche momento difficile, ultimamente. Forse la crisi del settimo anno è arrivata inaspettata già al settimo mese, quando si credevano al settimo cielo. Così si sono lasciati per sette giorni: una lunga settimana nella quale Diego non ha fatto che pensare a lei, ai suoi pregi e ai suoi difetti. Ma di più ai pregi.

- Mi sei mancata, Sara - esordisce finalmente. La solita voce interiore (una vocina indiscreta che sente nella testa sin da quando era bambino, una specie di Vox Dei che gli è impossibile zittire) riecheggia beffarda: “Certo non ti sono mancate le sue torte…”.

- Non dire nulla, Diego, so già tutto…

- Lo so che lo sai, ma vorrei dirti quanto ti amo e quanto desidero…

- Dimmi solo se ti piace quello che hai appena assaggiato - lo interrompe lei, sorridendo giuliva dietro l’enorme torta.

- È buono… davvero. Però, ora ascolta. Ho pensato tanto in questi giorni. A noi due. Sara, io…

- È un dolce allo yogurt - lo interrompe di nuovo - pensa che ho trovato la ricetta su internet, mentre cercavo dove comprare il collare antipulci, sai, per il cane di papà. Vedessi quante ne ha…


Diego sbatte le palpebre più volte: un leggero tic, che diventa incontenibile quando è irritato. La precisazione sul numero di pulci di quel botolo bastardo gli sembra veramente fuori luogo. Ma non lo dà a vedere. O almeno ci prova.

- Allora, dicevo che ho pensato a noi, e vorrei che le cose andassero bene, e ti assicuro che farò tutto il possibile per… - e intanto allunga la mano sul tavolo e afferra quella di Sara, che però, cribbio, è tutta appiccicosa! Come se avesse impastato la glassa direttamente con le dita! Tipico di Sara, del resto.

Ritira velocemente la mano e, con le ciglia che sbattono più che mai, non riesce a trattenersi:

- Ma su internet non c’era scritto che dopo aver fatto il dolce ci si lava le mani?

- Che ne sapevo che venivi? - fa lei, risentita - hai suonato il campanello come un forsennato. Al citofono hai detto che era urgente, e io mica ho pensato “Oh, c’è il nobile Diego, presto, laviamoci le mani e mettiamo l’abito da sera!”.


Diego tace, e per la terza volta da quando è arrivato si trattiene dal mandare aff… a monte tutto quanto.

“Si tratta di Sara - pensa - l’amore della mia vita. La donna con cui ho convissuto quasi sette mesi. Che importanza ha una mano appiccicosa?”.

Ma Vox Dei non vuol saperne di tacere: “Sono stati sette mesi di inferno! Ti ricordi quando ti ha lavato lo smoking in lavatrice? E quando ha messo in frigo un topo morto, perché voleva seppellirlo la sera nel giardino condominiale? È suonata, caro mio. Non cambierà mai”.

Intanto Sara si è alzata ed è andata verso il lavello. Ora traffica con una padella e gli gira le spalle, decisamente offesa.


Diego si alza e la raggiunge. Le posa le mani sui fianchi e la bacia teneramente sul collo. Ma mentre lei sta per girarsi per rispondere al bacio, Diego nota il trionfo di piatti visibilmente incrostati nel lavandino, insieme alle ciotole del gatto e a una spugna con tracce di muffa. Un certo odorino disgustoso sale da quella vista.

- Sara - sbotta - ma cos’è questo schifo nel lavello? Guarda che roba!

- Beh? - piagnucola lei - sei venuto qui per criticare? Allora te ne puoi anche andare!

- Senti, facciamo un patto: io cercherò... mi sforzerò… di essere più tollerante, ma tu devi darti una regolata. Come puoi vivere così? Scommetto che se guardo nel cassetto c’è ALMENO UNA bolletta che hai dimenticato di pagare, e in frigo ci sono ALMENO DUE confezioni di yogurt scadute… - e mentre lo dice un dubbio lo assale: lei non aveva detto che il dolce è stato preparato con lo yogurt?

- E tu allora? - reagisce Sara - Chi ti credi di essere? Il grande chirurgo? Dottor sterilità? Ma io ti ho visto ALMENO DUE VOLTE con le dita nel naso!


Diego ormai è a un passo dal perdere la pazienza. Dunque, dov’era rimasto? Ah sì… era venuto per fare pace e per prometterle eterno amore. Anche lui si alza dalla sedia e le volta le spalle, cercando di riprendere il controllo.

“Se continua così diventerà come quel barbone di suo padre!” sbotta Vox Dei nella sua testa.

Sicuro che fosse solo dentro la testa? A Diego viene un atroce dubbio: Sara avrà sentito?

Si volta per accertarsene. Quando vede la panna è già troppo tardi per scansarsi: la torta lo raggiunge in piena faccia, esattamente come nei vecchi film di Stanlio e Ollio. Vede la farcitura che gli sta colando dagli occhiali, e sente che gocciola sul mento, e di lì scivola sul colletto immacolato della camicia, la sua camicia nuova di Armani. Il tic si fa più forte del solito, ma non gli riesce bene: come si fa a sbattere gli occhi con della panna sulle ciglia?

Nel silenzio che segue, Vox Dei dice: “È più facile fare la pace fra Russia e Ucraina che fra voi due”.


Nonna Abeffarda - ACC


Crema allo yogurt spalmata su faccia tosta

Lavello di Sara – L’immagine vale più di mille parole

Una rara immagine di Nonna breve (con nipote lungo)

RIFORMA DELLE PENSIONI: ANCHE GLI ATLETI ANDRANNO IN PENSIONE CON QUARANTADUE ANNI DI CONTRIBUTI




Secondo alcune indiscrezioni, la prossina riforma delle pensioni potrebbe equiparare l’attività lavorativa degli sportivi a quella di tutti gli altri settori.


Dovremo abituarci alla presenza di atleti professionisti sino a tarda età, poiché serviranno quarantadue anni di contribuzione per ottenere la meritata pensione.


Casi come il giapponese Miura che ha calciato palloni da professionista sino a cinquantotto anni di età, potrebbero essere all’ordine del giorno.


Gli sportivi di alto livello si ritirano intorno ai trentacinque anni di età, pochi stipulano contratti oltre i quarant’anni. Tra i “veterani” oltre a Buffon, ricorderete il camerunense Roger Milla e il grande Dino Zoff che vinse i mondiali da quarantenne.


Fra i tennisti, a trentanove anni, è ancora in attività Djokovic, ma non si può dimenticare che Martina Navratilova ha vinto uno slam a cinquant’anni.


Non mancano le eccezioni nel nuoto, nel basket, nella pallavolo, e nell’atletica leggera, tuttavia, grazie alla riforma, veder scendere in campo atleti ultrasessantenni potrebbe diventare la regola.


Se un operaio prossimo alla pensione può stendere catrame bollente sotto il sole, non sarà certamente un problema per un atleta partecipare agli allenamenti settimanali e alle gare sportive nei weekend.


Il vantaggio di questa riforma è che tutti gli atleti potranno partecipare a un maggior numero di campionati mondiali o di olimpiadi, aumentando così che chances di portare a casa un trofeo o una medaglia.



Paul Rice - ACC

Presto sarà consentito l’utilizzo di ausili per la deambulazione in serie A

Ce la faranno gli atleti prossimi alla pensione a sostenere incontri della durata di quattro ore?

Molti giovani non troveranno spazio nel settore sportivo a causa dei troppi atleti “maturi” che continueranno a giocare. Per compensare sarà possibile rimanere alla scuola materna fino all’età di trentasei anni.

DOPO LA GATTAMORTA, ARRIVA LA RANAMORTA

Da qualche giorno sta circolando in rete questo meme, che non posso esimermi dal commentare. L’immagine quasi surreale del rospo che tocca perplesso una rospina apparentemente defunta ha un nonsoché di tragico, mentre l’espressione “maschi non attraenti” riferita ai rospi è piuttosto comica. Infatti, è divertente immaginare i criteri estetici delle rane nella scelta di un partner.


Indagando più a fondo tramite la nostra amica I.A. (una saputella che vive da qualche parte nel Web, sempre pronta a spiegare “la rava e la fava” su qualsivoglia argomento con dovizia di particolari) scopriamo che la notizia, per quanto stramba, è avvalorata da una regolare ricerca scientifica.


Alcuni scienziati del Museum für Naturkunde di Berlino hanno scoperto che le femmine della specie Temporaria Linnaeus - una rana rossa molto diffusa in tutta Europa - utilizzano diversi modi per difendersi, persino fingere la propria morte. Questa strategia è chiamata tanatosi o immobilità tonica. Perché lo fanno? - ci chiediamo - Per sfuggire ai predatori? Per sfuggire al fisco? Per essere scelte a recitare in un film dell’orrore?


No, il loro scopo, secondo la ricerca, è evitare accoppiamenti indesiderati o aggressivi.


Infatti, questi anfibi all'inizio della primavera compiono lunghe migrazioni per ritrovarsi in affollate aggregazioni a scopo riproduttivo, dove i maschi, per accoppiarsi quante più volte possibile, sono propensi alla coercizione sessuale e alle molestie. Queste orge si svolgono nell’acqua, e le femmine assalite da più maschi contemporaneamente rischiano l’annegamento.


Un’altra strategia utilizzata dalle coraggiose raganelle consiste nell’emettere grugniti e strilli particolari, descritti come "richiami di rilascio", cioè esattamente il contrario dei richiami di accoppiamento. I maschi di questa specie sembrano comprendere (direi meglio di certi maschi umani) questi segnali di non consenso, e si allontanano, indirizzando la loro passione verso femmine più disponibili.


Tutto questo ci è di grande consolazione: noi donne non siamo le uniche femmine del pianeta a doverci talvolta difendere dalle non gradite richieste sessuali dei maschi. Tuttavia, fingerci morte sarebbe inutile o eccessivo: il maschio potrebbe non accorgersi di nulla e continuare serenamente la sua prestazione, oppure potrebbe cadere nel tranello, chiamare i soccorsi, e rischiare di essere arrestato immediatamente per stupro, o addirittura per presunto femminicidio. Anche emettere grugniti e strilli non sarebbe per noi una soluzione: il nostro partner, nella sua maschia sicumera, li interpreterebbe come manifestazioni di sfrenata goduria.


Per noi, resta più sicuro fingere il solito mal di testa.


C’è un retrogusto amaro di fronte a certi fenomeni naturali. Non sarebbe più bello se, invece dell’orrenda orgia riproduttiva, la natura permettesse a ogni rana di scegliere e baciare il suo rospo, e che questo, se gradisce l’approccio, potesse trasformarsi soltanto per lei in un bellissimo principe?


Stefania Marello - ACC



Nella famosa fiaba nessuno è costretto a fingersi morto

SI IDENTIFICA COME “RONALDO” E RICEVE UNA CARTELLA ESATTORIALE DA SEICENTOMILA EURO



Probabilmente la necessità di appartenere a un mondo o a una categoria in cui ci si identifica ci sta sfuggendo di mano.


Parlando di sesso e genere, può capitare che un uomo si senta donna (o viceversa), ma vi sono casi curiosi e bizzarri come il naturista che si identifica in albero da giardino e decide di sposare una pianta, o l’animalista che, grazie alla chirurgia plastica, si fa trasformare nell’animale da compagnia in cui si immedesima.


Alcuni comportamenti sono così stravaganti da far apparire il signor Cetto Cal di Burlate sul Serio, un normalissimo appassionato di calcio.


Cetto, ormai sulla cinquantina, è un difensore della Dinamo Burlate, squadra locale regolarmente iscritta al campionato amatoriale.


Da sempre ammiratore di Cristiano Ronaldo, ha sentito la necessità di riconoscersi e trasformarsi nell’attaccante portoghese.


I giocatori bisognosi di cambiare identità, team calcistico e ruolo, in gergo calcistico, vengono definiti transcalciatori.


Cetto ha preteso la modifica dei propri dati anagrafici sui documenti d’identità ed è diventato un CR7 a tutti gli effetti acquisendo ogni diritto del campione, compreso quello di giocare nella nazionale lusitana.



Tutto bene quel che finisce bene, ma in questo caso non è andata in gloria come sperava il nostro amico.


Anche il fisco, infatti, ha riconosciuto il neo-Ronaldo provvedendo alla notifica con atto giudiziario di una cartella esattoriale di 600.000,04 €uro per il mancato versamento dell’anticipo IRPEF del fuoriclasse portoghese.


Al povero signor Cal Cetto, non resta che recarsi all’Agenzia delle Entrate e concordare un piano di rateizzazione a lungo termine.


Paul Rice - ACC


Per sentirsi Ronaldo è sufficiente acquistare un a maglietta, ma attenzione agli effetti indesiderati: non esistono solo i diritti, spesso, bussano alla porta anche i doveri.



Un gruppo di transcalciatori davanti all’Agenzia delle Entrate, pronti a versare quanto dovuto. 

I due Ronaldo “il fenomeno” stanno ancora pagando le cartelle esattoriali dell’ex asso brasiliano.

LA MIA CITTÀ HA PIÙ BOLLINI ROSSI DELLA TUA






Fa caldo, siamo tutti d’accordo.


Non ricordiamo un caldo così da… beh, direi dall’estate dell’anno scorso, o da quella dell’anno prima. In sostanza, da che abbiamo ricordi in estate fa caldo.


Tuttavia, negli ultimi dieci o quindici anni, al fastidio dell’afa, delle notti insonni e dell’asfalto rovente se n’è aggiunto un altro, forse peggiore: sentirne parlare in continuazione.


Non passa giorno senza che ogni notiziario non dedichi almeno un servizio all’emergenza caldo. Credevo che le emergenze fossero le alluvioni, i terremoti, gli eventi imprevedibili, le guerre. Ma il caldo? Che emergenza è? E soprattutto, parlandone in continuazione possiamo rimediare?


C’è un numero che ricorre più volte al giorno: il numero delle città che hanno vinto il ‘bollino rosso’, una specie di onorificenza negativa del disagio da calura. Questo numero cresce ogni giorno, oggi più di ieri e meno di domani, come dichiarava la famosa medaglia dell’amore tanto in voga negli anni settanta. Dal caldo non c’è modo di fuggire: fa caldo fuori e dentro casa, a meno di avere l’aria condizionata, che rinfresca i luoghi chiusi ma riversa ulteriore aria calda all’esterno, per un noto principio di termodinamica.


Oltre agli aggiornamenti continui sui bollini rossi, che non si sa a cosa servono, visto che non danno né sollievo al disagio né diritto ad alcun premio, siamo costretti ad ascoltare discorsi colpevolizzanti sul riscaldamento climatico: ghiacciai spariti, siccità annunciate, anticicloni africani che stazionano in Europa senza permesso di soggiorno (e che nemmeno Salvini e Vannacci riescono a rimpatriare), mar Mediterraneo che diventa un brodo caldo e ospita specie animali aliene e pericolose.


A chi giova tutto questo allarmismo? Non siamo ancora sufficientemente informati e preoccupati? Repetita iuvant, cioè ripetere il concetto aiuta, dicevano gli antichi Romani; ma quando si esagera repetita rumpunt cojones (tardo-latino parlato in alcuni borghi piemontesi, che non necessita di traduzione). Se i governi ritengono che si possa fare qualcosa per migliorare la situazione, provvedano. Ma noi - tu, io e altri milioni di persone che sudano e si sventagliano, ma non contano una cippa – possiamo rimediare in qualche modo? Tenendo conto che l’Italia produce lo zero virgola quasi niente percento dell’anidride carbonica globale, perché vogliono farci credere che questo disastro è colpa della nostra minuscola utilitaria o della vecchia lampadina?


Ci sono poi le raccomandazioni per la ‘sopravvivenza’ alle alte temperature, anch’esse incalzanti e quotidiane, destinate soprattutto alle persone anziane. Qualcuno dovrebbe informare i direttori dei notiziari che “persona fragile” non significa necessariamente rincoglionita. Che anche a novant’anni, anche se affetti da demenza senile, le vecchiette e i vecchietti di tutto il mondo evitano per istinto di sostare al sole sull’asfalto rovente, di cucinare la polenta, di tracannare bevande ad alta gradazione alcolica, di indossare il cappotto nero anche d’estate perché ‘sfila’, di praticare sport nelle ore più calde. A questo proposito mi permetto anch’io di diramare un avviso importante per la sicurezza degli inquilini del mio palazzo: se mi vedete uscire e correre in strada alle due del pomeriggio, correte anche voi, perché è sicuramente successo qualcosa di grave.


A tutti gli anziani più o meno fragili vorrei fare invece una raccomandazione: il tempo che vi resta da vivere non è infinito, non sprecatelo ad avere paura.


Stefania Marello - ACC

Avviso per i fragili: evitate di guardare troppi notiziari che vi fanno sudare per la paura


Meglio spegnere la televisione (che, tra l’altro, produce calore come ogni elettrodomestico) e andare a leggere nel parco, all’ombra

ESORDIO POSITIVO PER GLI AZZURRI RIPESCATI AI MONDIALI DOPO QUARANT’ANNI





ESORDIO POSITIVO PER GLI AZZURRI RIPESCATI AI MONDIALI DOPO QUARANT’ANNI



Brevigliasco, 15 giugno 2066.


Dopo quasi mezzo secolo di corsi e ricorsi, sentenze, appelli e controappelli, il giudice sportivo della FIFA ha stabilito che l’Italia aveva diritto al ripescaggio e a partecipare ai mondali in U.S.A. nel lontano 2026.


La sentenza ha stabilito che tutte le partite di quel famoso mondiale debbano essere ripetute con gli stessi calciatori convocati all’epoca.


A distanza di quarant’anni gli Azzurri, visibilmente invecchiati, sono scesi in campo. Con qualche acciacco in più, ma con tanta voglia di rimettersi in gioco, dopo la disastrosa eliminazione alle qualificazioni del 2026, allo Stadio Olimpico di Brevigliasco, la Nazionale si è imposta contro la Vecchia Zelanda per uno a zero con rete di Pio Esposito al sesto minuto del secondo tempo.


Non è stato possibile ripetere l’incontro con la Nuova Zelanda poiché, a causa degli anni trascorsi, ora si chiama “Vecchia Zelanda”.


I calciatori, lontani dalle scene e dagli stadi da decenni, hanno risposto positivamente alla convocazione dell’ormai ultraottantenne Rino Gattuso, ultimo commissario tecnico ai tempi delle disastrose qualificazioni del ‘26.


Tante cose sono cambiate in mezzo secolo. Il calcio tra il XX l’inizio XXI secolo era la terza industria italiana per fatturato, ora è uno sport di nicchia e poco seguito, e i campionati si svolgono in piccole località dotate di infrastrutture e stadi di medie dimensioni.


Il campionato mondiale che ha preso il via a Brevigliasco, verrà disputato anche nelle città di Tribolate sul Serio, Fandonia Valdastico, Frottola Valtrompia, Tontolone al Tagliamento e Amarone Lucano.


L’esordio positivo di ieri, dopo mezzo secolo di assenza dai campionati del mondo, permette alle migliaia di appassionati che seguono da casa i nostri eroi di sognare; non resta che attendere i verdetti dei prossimi incontri con Egitto e Belgio, due nazionali molto ostiche.


Paul Rice - ACC

Nella foto l’azione che ha portato al goal della vittoria. L’età media degli azzurri si aggira intorno ai sessantasei anni.



Un tempo venivano organizzate partite con le vecchie glorie a scopo benefico, a cui partecipavano vecchie glorie, le famose “Partite del Cuore”. Data l’età dei giocatori, dopo questo mondiale, la Nazionale Azzurra parteciperà al trofeo “Infartuati contro ipertesi”.

STORYCETTE DELLA NONNA – MAIALE IN AGRODOLCE



STORYCETTE DELLA NONNA – MAIALE IN AGRODOLCE



Secondo un’antica leggenda cinese questa ricetta fu inventata da una nonna, alle prese con un nipotino capriccioso e inappetente.


Come in ogni altra parte del mondo, anche in Cina i bambini nei primi mesi di vita vengono nutriti esclusivamente di latte, il quale, materno o artificiale che sia, è un liquido dal sapore dolce. Quando giunge il momento dello svezzamento i lattanti devono gradualmente abituarsi ad altri gusti per poter diventare onnivori, cioè adulti divoratori di lasagne, bistecche e hamburger. Salvo poi dover tornare alle pappine insipide, quando il medico li mette a dieta per il colesterolo fuori controllo. Ma questa è un’altra storia.


Dicevamo dunque che la maggior parte dei bambini, al momento dello svezzamento, non gradisce il sapore non dolce. Nonostante siano così piccoli, incapaci di scrivere ai genitori una mail di reclamo, ma anche solo di esprimersi a parole, essi riescono tuttavia a comunicare il loro disappunto, per esempio sputando in faccia a chi li nutre il contenuto del cucchiaio, o gettando il piatto sul pavimento.


Per aggirare il problema i genitori inesperti seguono i consigli di quelli più navigati, che raccomandano di aggiungere un po’ di zucchero alle prime minestrine, per accontentare i gusti del bambino. In pratica, i genitori perpetrano il primo di una lunga serie di inganni, come scriveva già il Leopardi in una delle sue allegre poesie:



“Nasce l’uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato.”



Che in parole più prosaiche significa: caro figlio, la vita è dura, ma noi, pur sapendolo, ti abbiamo comunque messo al mondo. Tuttavia, siamo qui per consolarti. Nel frattempo, beccati questa merdosa pappa zuccherata e smettila di rompere.


Ma in Cina probabilmente Leopardi è poco frequentato e, secondo una delle leggende che circolano intorno a questa deliziosa pietanza, una nonna cinese aggiunse zucchero e pezzetti di ananas al trito di carne di maiale destinato al nipotino. Visto che la ricetta migliorava l’approccio, ma non superava del tutto la caparbietà del nipote, la dolce nonnina asiatica, sicuramente discendente da un valoroso soldato dell’esercito di Gengis Khan, non si arrese: aggiunse anche un po’ di vino, pensando che avrebbe ammorbidito la carne, ma soprattutto il bambino. Infatti, il pargolo dai vispi occhi a mandorla diventò subito più allegro e collaborativo, ripulì il piatto fino all’ultimo boccone, e digerì il tutto rapidamente, con un sonoro ruttino. Così nacque la ricetta del maiale in agrodolce.


Per gli appassionati di cultura della Cina riveleremo anche il nome della ricetta in 

lingua originale: 古老肉, 

dove il primo ideogramma sembra proprio rappresentare un bimbo felice, che ringrazia a braccia aperte dal suo seggiolone in legno di bambù.


Non daremo invece alcuna informazione sugli ingredienti e sulla preparazione, perché non vogliamo incorrere nelle severe sanzioni previste dalle leggi di copyright della ristorazione cinese.


Stefania Marello - ACC

PRESENTATA PAGOPOY, COMPRI SUBITO E PAGHI QUANDO VUOI




PRESENTATA PAGOPOY, COMPRI SUBITO E PAGHI QUANDO VUOI


Il passaggio dalla cosiddetta liquidità alla fluidità ha riservato curiose sorprese.



Nel lontano 1970 Bisnonno Abeffardo si fece convincere dal direttore di Banca Fraintesa a utilizzare gli assegni, molto pratici rispetto al contante. La cosa ha funzionato finché il direttore non gli ha telefonato per avvisarlo che il conto era in rosso e che avrebbe dovuto provvedere a sanare lo “scoperto” sul conto.


Il Bisnonno ha replicato: “Non si preoccupi, domani vengo in banca e le faccio un assegno”. E la cosa non ha funzionato. Da quel momento in casa Abeffardo si utilizzano solo contanti, certamente scomodi, ma inequivocabili e tangibili.


Passano gli anni, si cambiano le generazioni, ma non i fraintendimenti, quando si parla di soldi.


Ora, grazie alle carte di credito, tutto è più comodo e rapido, si possono fare acquisti dall’altra parte del mondo e, grazie alla tracciabilità, veder spedire la merce quasi in tempo reale. Tuttavia, nonostante questa praticità, occorre la disponibilità sul conto corrente, altrimenti, all’addebito della carta, sono dolori. Purtroppo, anche in questi casi, neppure un blocchetto degli assegni nuovo di zecca potrebbe risolvere la situazione e, oggigiorno, i direttori non telefonano, ma inviano direttamente una minacciosa PEC.


A porre rimedio a queste seccature ci ha pensato l’Accademia dei Cinque Cereali, ideando la nuova carta di debito Pagopoy. Si tratta di un dispostivo non collegato al proprio conto corrente, ma basato sulla fiducia.


Grazie a Pagopoy sarà possibile effettuare acquisti senza transazioni; il titolare della carta di debito provvederà a saldare le proprie competenze quando potrà farlo ma, nel frattempo, riceverà la merce ordinata e ne disporrà immediatamente.


L’Università di Pensologia di Torino ha accolto favorevolmente questa innova- zione che rivoluzionerà il commercio online, tuttavia ha espresso forti dubbi sulle ripercussioni che subiranno le agenzie di credito al consumo.


E se l’acquirente non dovesse pagare?


Un problema alla volta!


Non può pensare a tutto l’ACC.


Paul Rice – ACC



Le uniche carte di credito anonime: escono tutte di default con la scritta “Mario Rossi”.

Anche il numero non serve, il titolare della carta prima o poi pagherà.




L’unico metodo di pagamento che non perde in interesse, ma si rivaluta nel tempo.

“AMMAZZA OH”



DOPO AMAZON, IN ARRIVO “AMMAZZA OH” LA PIATTAFORMA CHE STUPISCE I BOOMER




Digitale o analogico? Questo è il dilemma.


Certo, la tecnologia porta sicuramente grandi vantaggi, ma occorrono tempi i tecnici per affrontare l’impatto sulla quotidianità portati da questi innovativi e repentini cambiamenti.


Se per un giovane della Generazione Z o per un ragazzino della generazione Alpha, è normale effettuare pagamenti tramite transazioni digitali col cellulare e acquistare biglietti ferroviari con apposita App, la loro bisnonna ultranovantenne che vive presso una residenza per anziani, con molta probabilità, non avrà lo SPID e non saprà che, prima di scegliere il luogo dove vivere gli ultimi anni, avrebbe potuto consultarne le recensioni su Google.


Come in ogni situazione ove avviene un cambiamento, non esiste un approccio corretto e uno sbagliato, dipende dalla situazione e dal caso specifico.


Per le persone di mezza età, è normale pagare il caffè al bar in contanti, ma nessuno si sognerebbe versare una somma importante come l’affitto di casa o lo stipendio di un proprio dipendente in contanti.


Per venire incontro all’esigenza degli ultracinquantenni di semplificare la vita in un mondo sempre più “smart” nasce una piattaforma di e-commerce ibrida, che unisce il classico al moderno, fondendo il mondo analogico a quello digitale.


Grazie a questa trovata dell’Università di Pensologia di Torino, i nostalgici degli anni ’70 – ’80, potranno effettuare acquisti in tutta tranquillità, con le garanzie che offre l’era digitale.


Sarà possibile fare shopping off-line, andando di persona al deposito “Ammazza Oh”, e scegliere la merce letteralmente toccandola con mano, non attraverso lo schermo di un telefono o di un computer, fidandosi ciecamente di descrizioni e recensioni.


Dopo aver deciso cosa acquistare, l’ultracinquantenne, rientrerà a casa e invierà una busta chiusa con francobolli pari al valore dell’acquisto, esattamente come facevano da bambini per ordinare le figurine a completamento di un album.


In tal modo verranno bypassate le fastidiose carte di credito e i pagamenti digitali con le irritanti password necessarie alla formalizzazione della transazione.


Non appena l’ufficio preposto di “ammazza oh” riceverà la busta con i francobolli, farà recapitare a casa la merce acquistata con corriere camionistico lento in soli 5-7 giorni lavorativi.


Questo metodo, in grado di unire tecnologia e innovazione al classico metodo commerciale del XX secolo, sta trovando largo consenso, non solo tra le persone mature, ma anche fra i giovani quarantenni.


L’unica pecca è che, nell’era della posta elettronica, pochi ricordano come debba essere affrancata una busta cartacea contenente francobolli.


Paul Rice - ACC



La sede di ammazza oh presso Tribolate sul Serio, facilmente raggiungibile da tutta Italia, isole comprese.

‘L BARACHIN



‘L BARACHIN




Soltanto i diversamente giovani possono avere memoria di questi oggetti, corredo indispensabile agli operai degli anni cinquanta e sessanta. In Piemonte, e in particolare a Torino, città operaia per antonomasia, il barachin era il portavivande con cui, in mancanza di mense aziendali, i lavoratori si portavano il pranzo da casa. Dapprima fu un semplice cilindretto di latta con il tappo a vite; in seguito si specializzò, dividendosi in due contenitori tenuti insieme da un pratico marchingegno. Anche il materiale era diventato più nobile, passando dalla lamiera zincata all’acciaio inossidabile. Il nome fu poi usato a definire lo stesso lavoratore che lo utilizzava: in quegli anni gli operai, che a Torino e provincia erano soprattutto dipendenti della Fiat, venivano chiamati i barachin. Altre categorie, muratori, imbianchini, netturbini eccetera, pur usando il barachin, non godevano di questo appellativo, riservato alla manodopera delle grandi fabbriche legate all’automobile.


Ad ogni cambio turno, a partire dalle sei di mattina, orde di barachin in bicicletta varcavano i cancelli degli stabilimenti, e tutti avevano nel portapacchi il loro barachin, con la sbobba amorevolmente preparata dalle mogli la sera prima. Altrettanti ne uscivano, con il loro barachin ormai vuoto e unto, da riportare a casa.


Anche a casa nostra circolava quell’oggetto. All’ora di cena mamma, prima di servire noi in tavola, prelevava dalle pentole la dose in più, destinata a finire nella pancia del barachin, e del suo amatissimo marito, che lei aveva il privilegio di nutrire anche quand’era fuori casa. Erano cibi facilmente riscaldabili: pasta con poveri condimenti, e per secondo spezzatino con patate, o merluzzo, o cotoletta con spinaci. Con le altre mogli dei barachin condivideva il dovere di cucinare pranzi e cene per tutti, poiché non c’erano nemmeno le mense scolastiche. Non c’erano i freezer, i cibi surgelati, i piatti pronti, tantomeno la scappatoia di ordinare una pizza o un kebab. Soprattutto non c’erano i supermercati: quei pranzi e quelle cene volevano dire mattinate a fare le code dal macellaio, poi dal fruttivendolo, poi dal panettiere, infine in cucina a spignattare. Le massaie di una volta si facevano davvero il mazzo per la famiglia.


Il barachin veniva riscaldato sul posto di lavoro in grandi pentole di acqua calda, poi consumato rapidamente con le posate portate da casa avvolte in un tovagliolo. La maggior parte accompagnava quel veloce pasto con il proprio vino, trasportato in una bottiglietta di vetro a chiusura ermetica.


Con l’avvio delle mense aziendali il barachin, inteso come contenitore, fu abbandonato, e poco alla volta furono abbandonati anche i barachin-operai, licenziati quasi tutti, dopo periodi più o meno lunghi di cassa integrazione.


Gli unici barachin che sopravvivono oggi sono le doggy bag, le vaschette usa-e-getta che ti lasciano i ristoranti, con gli avanzi da portare a casa. Sono l’antibarachin: hanno un percorso opposto (da fuori a casa) e non sono più dei porta vivande per operai che mangiavano gli avanzi del giorno prima (e non sprecavano nulla, né cibo, né piatti, né tovaglioli di carta), ma uno sfoggio di attenzione all’ambiente da parte di ricchi ristoratori e dei loro clienti ben nutriti.





PRENDE UN TRENO NON-BINARIO E FINISCE A TORRAZZO INVECE CHE A TORRAZZA



Nei secoli avanti Cristo le odissee si vivevano via mare, laddove le grandi navi erano certamente all’avanguardia rispetto ai tempi, ma prendere il largo sottoponeva imbarcazione ed equipaggio ad elevati rischi.


Grazie all’avvento della moderna tecnologia, oggi, è possibile rivivere un’odissea in piena regola senza imbarcarsi, è sufficiente un semplice sciopero del personale di terra in uno scalo aeroportuale per sottoporre i viaggiatori a traversie memorabili.


Questi accadimenti più o meno epici sono poco al confronto della disavventura che ha vissuto il signor Severo Magiusto di Amarone Lucano, piccolo comune della Basilicata.


Dovendo intraprendere un viaggio di lavoro verso Torrazza Piemonte ha deciso di affidarsi alle ferrovie statali per raggiungere la nota località del brevigliaschese.


Probabilmente si è imbattuto in una serie di treni non-binari che lo hanno condotto in una sorta di giro d’Italia per poter raggiungere la destinazione.


I treni non-binari sono mezzi di trasporto su rotaia di ultima generazione che non riconoscono i generi, e sono in grado raggiungere indifferentemente località al maschile o al femminile.


Il nostro viaggiatore lucano ha fatto un biglietto per Capriglio, in provincia di Asti, ma il treno lo ha condotto a Capriglia, in provincia di Avellino.


A questo punto ha optato per avvicinarsi a Torrazza passando da Camerana, nel cuneese, ma è finito a Camerano in provincia di Ancona.


Senza darsi per vinto ha fatto un nuovo biglietto per Avigliana, non lontano dalla meta, ma si è ritrovato ad Avigliano in Basilicata.


Capito il problema, ha deciso di avvicinarsi per piccoli passi, portandosi alla stazione di Asola nel mantovano, ma si è ritrovato in quel di Asolo nel trevigiano.


La sua tenacia lo ha portato a non desistere e a fare un biglietto ferroviario per Candelo vicino a Biella, ma ancora una volta si è praticamente ritrovato al punto di partenza, presso Candela in provincia di Foggia.


All’ennesimo tentativo è andata meglio: nell’intento di avvicinarsi raggiungendo Vignola in provincia di Modena, si è ritrovato a Vignolo in quel di Cuneo.


A questo punto il gioco sembrava fatto, ma il destino aveva riservato al signor Magiusto un’ultima sorpresa: un treno non-binario invece di portarlo a Torrazza in provincia di Torino, lo ha condotto a Torrazzo, nel biellese.


Il nostro viaggiatore, provato dal lungo girovagare, ma tenace come Ulisse, per non rischiare di viaggiare per dieci anni come l’eroe omerico, ha deciso di procedere in autostop.



Paul Rice - ACC

Due treni binari classici.



Treno non-binario.



Treno di inizio XX secolo (all’epoca era consentito fumare).

LA TAMPA SCIENZA & SCEMENZA - Il Quokka




Il Quokka, piccolo e strano marsupiale australiano che non paga la bolletta del gas


Produce il metano che consuma e, nonostante sia a rischio di estinzione, è l’animale più felice del mondo


Un esemplare di Quokka Ridens (fonte: Enciclopedia Quattroggatti)

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Il quokka è una bestiola molto graziosa e molto intelligente. Anche se è innegabile una certa rassomiglianza con Rosy Bindi, gli zoologi stanno ancora discutendo se il quokka sia più bello che intelligente o viceversa.


Per molti aspetti simile al castoro, si differenzia però dall’instancabile stakanovista costruttore di dighe per la sua pigrizia e indolenza, tanto da guadagnarsi la denominazione supplementare di “castoro italico”.


Il naso e la bocca ricordano invece il koala, altro marsupiale australiano, molto più conosciuto.


Ai lettori che ci scrivono chiedendo se sia possibile tenerne uno in casa, come animaletto da compagnia, ricordiamo che il quokka è in via di estinzione, perciò i produttori di mangimi per animali non investiranno nella produzione di alimenti specifici. Per non parlare dei veterinari italiani, che non sono preparati a curarne le principali patologie. Alla Facoltà di Veterinaria, infatti, gli esami di Anatomia Comparata del Quokka, Anamnesi del Quokka nonché Esegesi dell'Analisi del Sangue e delle Urine del Quokka sono facoltativi e aggiungono pochi punti al credito formativo.


Ma perché questa specie è in via di estinzione? I motivi non sono del tutto chiari, tuttavia esistono delle ipotesi.


La prima causa di estinzione di una specie animale è quasi sempre l’uomo. Ma i quokka fanno eccezione, perché in passato fu proprio un uomo, anzi una donna, a salvarli.


Un tempo gli australiani gli davano la caccia per cucinarlo e mangiarlo, finché un giorno un cuoco proveniente da Orgosolo si stabilì a Sidney e fece assaggiare alle popolazioni locali la prelibatezza del “porceddu” sardo allo spiedo. Da allora i cacciatori disdegnarono la carne di quokka, preferendo recarsi alla più vicina trattoria italiana. Qualcuno addirittura racconta che non sia stato un cuoco, bensì una cuoca, e che proprio dalla parola italiana “cuoca” derivi il nome del nostro simpatico animale.


Eppure il numero di esemplari continua a diminuire, e secondo alcuni zoologi il motivo sono le fughe di gas. Il quokka è un animale molto attento al risparmio energetico: per riscaldarsi (e anche per usi di cucina) consuma esclusivamente metano autoprodotto.


Quando ne produce in eccesso - di solito nella stagione degli accoppiamenti - invece di disperderlo in atmosfera, dove contribuirebbe all’effetto serra, lo accumula nella sua tana, per poi utilizzarlo durante la stagione invernale. Per questa abitudine il mite animaletto è molto rispettato dai predatori, che si tengono ben lontani dalla sua tana per motivi olfattivi. Lo rispettano anche i lavoratori dell’Eni Gas & Power, e durante i lavori di trivellazione fanno attenzione a non distruggere le tane. In cambio hanno il permesso di prelevare il gas in eccesso e immetterlo poi nei grandi metanodotti. Al suo confronto lo scoiattolino scorreggione della pubblicità del Vigorsol è un dilettante.


Ma il rischio, per le bestiole, è costituito dalle esplosioni e dagli incendi. Per evitare che la specie potesse appunto estinguersi per non saper estinguere le fiamme, il WWF ha organizzato dei corsi di addestramento alla messa in sicurezza delle tane, all’evacuazione rapida in caso di incendio, fino all’utilizzo dell’estintore. Purtroppo i quokka, che sono di indole allegra e giocherellona, amano giocare con gli estintori, estinguendosi l’un l’altro…


Ma oggi tutta l’Australia si muove per salvare il quokka. La famosa e bellissima attrice australiana Katrin Gnyok è diventata testimonial di una Campagna dal nome accattivante “I’m Gnokka and I save the Quokka”, grazie alla quale questi animali sono diventati di gran moda.


Tutti i bimbi australiani chiedono un quokka in regalo. Molti genitori però non sono ancora capaci di riconoscerli e oggi decine di koala, castori, gatti rognosi e ratti campagnoli vengono legati ai guardrail delle autostrade e abbandonati, proprio come succede ai cani italiani.


I quokka se la ridono sotto i baffi, guadagnandosi a pieno titolo la fama di animali più felici al mondo.


Del resto, come dare loro torto? In fondo tutti noi siamo, prima o poi, a rischio estinzione, ma non per questo rinunciamo ad acquistare LA TAMPA e a ridere allegramente leggendo i suoi articoli.

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Un bipede in fase di estinzione

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Una rara immagine di lato B di QUOKKANE

RIPOSTILE


Parole strambe a cura dell'Accademia dei Cinque Cereali


RIPOSTILE

Ri-po-stì-le


Significato

Ripostiglio che incute paura e inquietudine


Etimologia

Parola composta da Ripostiglio (derivato di riposto, participio passato di riporre, e utilizzato per indicare un luogo di deposito) e da Ostile (dal latino hostis, che significa nemico, avverso, straniero)



Le case di una volta erano dotate di numerosi stanzini, armadi a muro e sottoscala, spazi nascosti, comodi per contenere biancheria, provviste e ogni genere di rumenta che non si aveva il coraggio di buttare, ligi al principio del ‘non-si-sa-mai’.


Negli appartamenti moderni questi anfratti mancano del tutto. Talvolta esiste un ripostiglio, un piccolo bugigattolo utilizzato per riporre provviste varie, e tutto ciò che non si vuole in vista: dalle scope alle scarpe, dalle scorte di acqua minerale a quelle di carta igienica.


Il ripostiglio è il luogo dove più si manifesta, a livello domestico, l’entropia, cioè la tendenza universale al disordine di ogni sistema termodinamico; ma per chi non ha interessi per la termodinamica esso è un luogo innocuo e di scarso interesse. Per capire il senso del ripostile dobbiamo ritornare al passato, a quando eravamo bambini, e il mondo poteva essere un luogo meraviglioso e magico, ma anche pericoloso e ostile. L’ansia che ci assaliva nell’entrare nel buio e angusto ripostiglio era accresciuta dal fatto che qualche genitore, esasperato dai capricci infiniti che ogni bambino è in grado di fare, minacciava di chiuderci lì dentro, e talvolta lo faceva.


Così, il ripostiglio diventava ripostile, un luogo ai confini della realtà, dove si nascondevano demoni e fantasmi, dove si entrava in una diversa dimensione spazio-temporale, come nei peggiori film dell’orrore. Un luogo alieno, se vogliamo. A volte anche aglieno, se la mamma aveva appeso tra le provviste alcune teste d’aglio.


Se proprio dovevi entrare nel ripostile ti facevi accompagnare dal tuo amico invisibile, che era gagliardo, forte e coraggioso quanto tu eri lagnoso e fifone (tant’è che persino i tuoi genitori preferivano lui a te, e non lo nascondevano). Ma se sentivi un rumore improvviso e spaventoso, l’amico immaginario era il primo a correre fuori, lasciandoti terrorizzato e incapace di muoverti, e con le mutande improvvisamente appesantite...


Ma anche quando si è anziani e saggi, e l’infanzia è ormai un ricordo lontano, il ripostiglio può ritornare ad essere un ripostile.


Sì, perché le principali paure degli anziani - l’invecchiamento fisico, l’osteoporosi, le fratture, la demenza… - nel ripostile si materializzano: è lì che si rendono conto dei loro limiti. Non sono più in grado di spostare oggetti pesanti, sono troppo bassi e rigidi per raggiungere alcuni ripiani, e usare la scala li terrorizza. Inoltre, il ripostile è il regno della smemoratezza: sovente rimangono stralunati a guardare gli scaffali cercando qualcosa che avevano riposto solo il giorno prima, ma non sanno più dove, né perché. Indiana Jones alla ricerca dell’Arca Perduta è un dilettante, al loro confronto. E a furia di guardare in alto, in basso e in ogni luogo, hanno le vertigini, poiché naturalmente soffrono anche di artrosi cervicale…


Oppure, e questo è ancora più preoccupante, vi entrano con l’intenzione di prendere una scatoletta di tonno, ma quando accendono la luce qualcosa si spegne nella loro mente (sarà un tentativo di risparmio energetico?) e non ricordano più perché sono lì: a cercare la pasta? L’acqua minerale? La candeggina?


In realtà, l’unica cosa che a loro servirebbe è il filo, il filo dei pensieri, che perdono in continuazione, ma nel ripostile di sicuro non c’è. Così, l’ansia li assale, proprio come quando erano bambini, e nel delirio riescono persino a sentire la risata inquietante di uno spettro: è lui, il fantasma del medico più odiato dagli anziani di tutto il mondo, il dottor Alzheimer.


Dottoressa Stephanie Hop-là - ACC

Il ripostile come lo vede un bambino



Lo stesso ripostile visto dalla nonna

DIVENTA POLITEISTA PER ACCUMULARE BENEFIT RELIGIOSI



Il signor Menelao Lemani, fervente cattolico di Orate Pronobis, comune di mille anime (di cui una in pena), deluso dagli scarsi benefici della propria religione, ha deciso di trovare rimedio ideando un metodo ampiamente testato sin dalla notte dei tempi: il politeismo.


Il Lemani era in attesa di un miracolo da alcuni lustri e, nonostante le sue insistenti preghiere, nulla accadeva.


Il suo desiderio era di andare in pensione, o perlomeno poter lavorare di meno.


Purtroppo i governi che si sono avvicendati negli ultimi decenni hanno sempre optato per prolungare il periodo lavorativo prima del meritato riposo.


Escludendo le ferie e i permessi maturati da contratto collettivo di lavoro, da buon cattolico, poteva astenersi dall’attività lavorativa a Natale, a Capodanno per onorare Maria SS. Madre di Dio, il giorno dell’Epifania, a Pasqua, a Ferragosto in occasione dell’assunzione della Beata Vergine Maria, e l’otto dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione di Maria.


Troppo poco per un dipendente bisognoso di riposo e tempo libero.


Improvvisamente l’illuminazione, e non stiamo parlando della luce divina.


Il signor Menelao ha deciso di darsi al politeismo per beneficiare di un maggior numero di festività religiose per astenersi dal lavoro.


Il politeismo è una forma di religione caratterizzata dalla venerazione di più divinità, tuttavia, si può ottenere anche sommando due o più credo monoteistici. Non si tratta propriamente di una legge religiosa, ma di una regola matematica.


Il Lemani si è immediatamente recato alla più vicina sinagoga per darsi all’ebraismo.


Grazie a questa seconda religione, il settimo giorno, quello dedicato al riposo, è diventato il sabato, pertanto, non sarebbe più stato tenuto e recarsi in ditta per eventuali lavori straordinari.


Non solo, oltre al Shabbat avrebbe potuto astenersi dal lavoro in occasione di:

Yom Kippur (Giorno dell'Espiazione);

Sukkot (Festa delle Capanne);

Pesach (Pasqua ebraica);

Shavuot (Festa della Pentecoste);

Chanukkah (Festa delle Luci).



Come dice il proverbio “non c’è due senza tre”, così è diventato anche ortodosso.


I cristiani ortodossi hanno ricorrenze religiose equipollenti a quelle cattoliche ma, seguendo il calendario giuliano, il Natale viene celebrato il sette gennaio, la Santa Teofania una dozzina di giorni dopo e anche la Pasqua risulta traslata di circa due settimane.


Questo escamotage calendariale offre l’opportunità, non solo di aggiungere giorni di riposo, ma di ottenere doppi regali e doppie uova di Pasqua per le medesime ricorrenze.


L’unica pecca di questa religione sono i giorni di digiuno prima di alcune festività ma, tutto sommato, un po’ di dieta fa bene al fisico.


Non c’è due senza tre e la quarta vien da sé.


Perché non diventare anche Protestanti? Detto fatto!


Grazie alla Festa della Riforma che celebra l'inizio della Riforma di Lutero nel 1517, al Venerdì Santo (una delle ricorrenze più importanti), all’Ascensione e ad alcune feste speciali, l’elenco dei giorni da santificare si allunga.


A questo punto non poteva mancare l’induismo con le sue sfarzose e solenni festività:

Diwali, la "Festa delle Luci";

Holi (Festival dei Colori);

Navratri e Dussehra;

Raksha Bandhan;

Ganesh Chaturthi, una festa di dieci giorni, una manna dal cielo;

Maha Shivaratri: la "Grande Notte di Shiva", dedicata alla meditazione, al digiuno (la dieta forzata purtroppo non manca mai, ed è un vero supplizio per un buongustaio come il signor Menelao).



Il signor Lemani ha accuratamente evitato di abbracciare la religione dei Geova, non tanto perché detesta suonare campanelli e ricevere insulti e improperi, quanto per la scarsa propensione alle festività. I Testimoni, infatti, non celebrano compleanni, Natale, Pasqua o altre festività religiose e nazionali, ritenendole contrarie ai princìpi biblici. Praticamente lavorano sempre.


Da grande appassionato di calcio non poteva non abbracciare anche il credo della Iglesia Maradoniana le cui ricorrenze sono:

il Battesimo di un nuovo credente, che avviene giurando sull'autobiografia del giocatore;

il Matrimonio che si celebra giurando sul libro e su un pallone da calcio con lo scambio degli anelli davanti ad un poster di Maradona;

il Natale che viene festeggiato la notte tra il 29 e il 30 ottobre di ogni anno;

la Pasqua che viene celebrata il 22 giugno, giorno in cui si giocò nel 1986 la partita Argentina-Inghilterra, nella quale Maradona segnò il gol della “Mano de Dios”.


Dulcis in fundo il nostro Menelao diventa buddista, una religione dalle innumerevoli sfaccettature.


Oltre alle festività solenni, questa filosofia permette la reincarnazione concedendo l’opportunità di ripetere da capo tutte le festività che solo un’esperienza politeistica intensiva, come quella del nostro credente di Orate, può concedere.


La geniale trovata del politeismo, probabilmente, non favorirà un maggior numero di interventi divini, ma dovrebbe far miracoli per le astensioni dal lavoro.


Il nuovo motto sarà: “Aiutati se il ciel non ti aiuta”.


Paul Rice - ACC

Secondo un sondaggio il Veneto sarebbe la regione italiana politeista meno gradita dagli dei venerati.

BREVIGLIASCUM


Nella ridente cittadina piemontese di Brevigliasco, nel corso dei lavori per installare la Fibra Ottica Superveloce, è stata fatta una scoperta sensazionale: portate alla luce le vestigia di un’antica civiltà, riconducibile all’epoca dell’Impero Romano. Molto stupore per il meraviglioso stato di conservazione da parte dei maggiorenti brevigliaschesi, ma soprattutto dei paesani: gente semplice, dedita al buon vivere, e al farsi gli affari propri. Meravigliati anche gli archeologi di alto rango convenuti da tutte le Nazioni della Terra.


Ma, tentiamo di andare con ordine. In quella che, come narra la leggenda, nell’antichità era un conglomerato urbano di nome Brevigliascum, propaggine che risulta evidente rispecchiasse i fasti dell’antica Roma, Caput Mundi, sono state repertate le vestigia di una Domus Ludica. È stata immediatamente portata alla luce una scritta interessante: “Locus Ludorum Globorum Volubilium”. E il Professore Chiarissimo Oreste Chievolti, titolare della Cattedra di Latino e Greco presso l’Università di Harward e l’Università di Pensologia di Torino, intervenuto e prontamente coinvolto, ha tradotto con “Bocciofila”.

Il Proconsole Orestes amministrava la cittadina, per mandato dei Cesari, ma si ritagliò un impegno divertente con la gestione del ritrovo conviviale dei suoi abitanti, ligio alle indicazioni della “Imperialis Gubernatio” del “Panem et Circenses”, meravigliosamente estrinsecato oggi con due gruppi di pugnanti che si contendono una palla, fra il tripudio. Il Professor Oreste è stato piacevolmente affascinato dall’apprendere l’esistenza di un antico omonimo, di nobile lignaggio, che tanto si adoprò per far rifulgere Brevigliasco.


Ritrovate numerose tavolette di cera, in ottimo e sorprendente stato di conservazione. Già allora i lettori dimostravano insofferenza a scritti lunghi. Dopo faticose elaborazioni dei testi, si comprese che tavolette doppie e triple tendevano ad essere ignorate, come ora per gli articoli lunghi: la soglia di attenzione del vulgo alla lettura è labilmente breve.

Nei pressi era situata la Domus Aurea del possidente Abeffardus, che si recava presso il Locus Ludorum cavalcando con umiltà il fido asino Asinio, sebbene venisse scortato da quattro centurioni che liberavano la strada dai questuanti e insolentivano i gabellieri. Altri scavi hanno portato alla luce affascinanti stanze, con affreschi e scritte del poeta Abeffardus, rivelatosi sublime cantore di affascinanti facezie, raccolte poi nel volume “Carmina riducula sed superflua” che hanno rallegrato il Professore Chiarissimo, i suoi appassionati allievi, e i partecipanti alle sue note conferenze di aggiornamento storico. Abeffardus non disdegnava le gioie del talamo, e sovente si intratteneva con le ancelle della giovane moglie Orestilla. Ma, venne debitamente ricambiato: oltre ai trastulli del gineceo (gynaeceum), ella ebbe una tresca amorosa col rimatore Brutos Sancinetos, aedo originario della Grecia, documentata dalle sublimi liriche murarie ad ella dedicate.


Nella Bocciofila ante litteram sono state rinvenute bocce di bronzo, d’argento, e d’oro. Quindi, non vi era la necessità di riportare a casa gli strumenti di gioco. Le tre categorie di censo erano determinate dai materiali. E quindi, la comunità agreste era benestante.


In una delle innumerevoli sale riportate alla luce son stati rinvenuti affreschi a carattere religioso di una nobile matrona patrizia, citata come Columba Biellensis, che illustrava Dei e Dee, Ministri del Culto, aruspici e oranti, con una visuale spiritosamente criptica.


Il Ludorum ospitava un locale di ristoro abilmente governato dal locandiere Giorgiones, che risulta deliziasse i frequentatori con cibarie non della zona, alle quali, non essendo abituati ai sapori, essi riservavano decisi apprezzamenti per le gradite novità gustative.


Resta un busillis il ritrovamento della narrazione delle gesta di tale Ciprianus Maximus Augustus, sul quale si sta indagando. Vaghi riferimenti alla famiglia dei Muridi lasciano perplessi gli studiosi, che al momento non hanno risolto il rebus. E il mistero continua.


Intanto proseguono gli scavi, i rinvenimenti, le catalogazioni, con infinite liete emozioni. La Direzione generale Archeologia, belle arti e paesaggio ha blindato il sito, ad libitum. Problema connesso (disconnessioni a parte): mi acconterò della Fibra lenta a 32Mega.

LA TUPAIA DALLA CODA A PIUMA



Gentile e dotta Accademia,


mi chiamo Tom, e mi piacciono molto gli animali. In particolare adoro i gatti, che sono praticamente la mia religione: infatti sono un gattolico praticante, e ne ho ben tre, che si chiamano Padre, Figlio e Spirito Tanto. Quest’ultimo deve il nome alla sua smodata passione per gli alcolici, che si procura rovesciando dal tavolo bottiglie e bicchieri colmi di vino, e leccando poi tutto il contenuto sparso sul pavimento. Avere un gatto ubriaco in casa non è bello, soprattutto quando ci sono ospiti: miagola a squarciagola (e a squarciaorecchie dei presenti) inciampa continuamente nei piedi umani, rutta come un lavandino sgorgato, e si strofina in modo lascivo sulle gambe delle signore.


Mio fratello Gerry, invece, alleva topolini da combattimento, e per questo non possiamo vivere insieme. Abbiamo provato, ma i topi di Gerry terrorizzavano la mia trinità felina, che invece di difendersi tendeva a porgere l’altra guancia...


Qualche giorno fa, Gerry ha letto sulla nota rivista Scientific Foolamerican un articolo che parlava di un animale dal nome accattivante: la tupaia dalla coda a piuma.


Conoscendo la vasta cultura della Vostra Pregiata Accademia, Gerry mi ha suggerito di scrivervi, per avere qualche informazione in più su questa bestia, che, come accennava l’articolo, avrebbe una certa inclinazione a bere alcolici, proprio come il mio micio, Spirito Tanto.


Grazie




Cari Tom e Gerry,


la tupaia dalla coda a piuma è un animaletto terricolo, dall’aspetto buffo: sembra una via di mezzo tra un topo e una grossa talpa, con movenze da scoiattolo sgraziato e un muso da personaggio dei cartoni animati d’altri tempi. Anche il nome è piuttosto bizzarro, e non suscita nel nostro immaginario la prestanza e la fierezza di animali più conosciuti, come la tigre della Malesia, il lupo siberiano o l’aquila reale. Il nome Tupaia suscita piuttosto incredulità, ilarità e poco rispetto, forse per la sua somiglianza con topaia, o forse per la caratteristica della “coda a piuma”, elemento difficile da immaginare in una bestia che non vola. Ma non è finita: questi animaletti, per lungo tempo classificati come Primati, sono stati di recente separati da questo ordine tassonomico, ed è stato creato appositamente per loro l’ordine “Scandentia”. Avete letto bene: le tupaie appartengono all’Ordine degli Scadenti. Noi dell’ACC pensiamo che gli zoologi, a volte, possono essere delle vere carogne. Ma la piccola tupaia se ne frega di ordini e disordini. Vive in pace (modus ormai raro in questo tormentato pianeta) nelle foreste pluviali dell'Asia meridionale e sudorientale. Scava le sue tane nel terreno, dove si rifugia quando si sente in pericolo.


Pensate che il nome derivi dal fatto che assomiglia ai topi, o che vive in topaie? Siete fuori strada: tupaia deriva da tupai, parola che in lingua malese significa scoiattolo, animale al quale vagamente assomiglia.


In particolare, rispetto a tutte le specie di tupaie esistenti, la tupaia dalla coda a piuma ha le orecchie più grandi, e due pollici e due alluci perfettamente opponibili alle altre dita.


Quale animale in natura non vorrebbe quattro pollici opponibili? Sicuramente essi semplificherebbero la vita anche a noi, che invece di avere dolorose dita a martello e inutili alluci valghi, potremmo godere di piedi prensili e multifunzionali… Inoltre, la nostra amica è dotata di una lunga coda a piuma, che, a riposo, viene fatta passare sotto il corpo ed alzata sopra la testa, come un ventaglio. Così, oscillando avanti e indietro, tiene lontani gli insetti molesti.


Ma dove la tupaia dimostra tutta la sua meravigliosa adattabilità è nella capacità di sopportare le sbronze. Essa si nutre delle infiorescenze di una particolare palma, la Eugeissona tristis (perché tristis? Non lo sappiamo: forse si tratta di un’altra cattiveria, questa volta dei botanici). L’Eugeissona sarà anche triste, ma ha la capacità di fermentare il nettare trasformandolo in alcol. Questo viene assunto dalla Tupaia, in quantità così elevate che causerebbero pericolose intossicazioni persino a un essere umano.


Insomma, alle tupaie dalla coda a piuma piace l’alcol, ma riescono a berlo senza subirne i noti effetti collaterali. Questo le rende molto interessanti per gli studiosi del metabolismo alcolico.


Alla luce di quanto sopra, consigliamo al nostro lettore Tom di dare in affido il suo gatto Spirito Tanto a una Associazione Alcolisti Anonimi, e di adottare al suo posto una dolce tupaia dalla coda a piuma.


Stefania Marello - ACC


Tupaia dalla coda a piuma e Tigre della Malesia. Il lettore trovi almeno cinque differenze




Spirito Tanto, il gatto di Tom





La tupaia alle prese con la misurazione dell’alcolemia

Continua...

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