Stacks Image 2

Umorismo di sostegno

PUBBLICAZIONE UMORISTICA FONDATA DALL'ACCADEMIA DEI CINQUE CEREALI IL 2 GIUGNO 2016

ANNO XI d.F. - IDEATO, SCRITTO, IMPAGINATO, POSTATO E LETTO DAGLI AUTORI E DA SEMPRE DEDICATO A FRANCO CANNAVÒ

Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori.
Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.

SCARPLIZIO



SCARPLIZIO

Parole strambe a cura dell'Accademia dei Cinque Cereali



Significato

Intensa sofferenza fisica e morale provocata dall’uso di calzature non idonee alla deambulazione.



Etimologia

Parola composta da scarpa (forse dal germanico skarpa = tasca di pelle) e supplizio (dal latino supplicium, derivato di supplex -plĭcis, supplice, letteralmente "che piega le ginocchia").



Finché gli ominidi vivevano sugli alberi, spostandosi di ramo in ramo come le scimmie, non sentivano il bisogno di proteggere i piedi. Ma quando si accorsero che camminare eretti sul terreno permetteva di spostarsi molto più velocemente si ingegnarono, così su due piedi, a realizzare le prime rudimentali scarpe.


Furono proprio loro, le scarpe, a consentire all’Homo Erectus (e alla sua Mulier Erecta, quasi sempre ignorata dagli storici) di spostarsi in lungo e in largo, e popolare il mondo.


Nel corso dei millenni, all’interno delle varie civiltà, nuovi sentimenti come la vanità (io sono più bello di te) e il bisogno di ostentazione (io sono più ricco di te) prevalsero sulle necessità materiali: nacque la moda, che portò a prediligere l’estetica alla praticità. Le calzature, come gli abiti, si differenziarono in maschili e femminili, e le seconde diventarono via via più scomode e meno adatte alla deambulazione. Quindi, anche la camminata si differenziò per genere, realizzando la prima “separazione delle carriere” della storia.


In alcune civiltà orientali si estremizzava questa separazione: invece di adattare le scarpe ai piedi, si volevano adattare i piedi alle scarpe, tramite strette e dolorose fasciature, che avevano il discutibile obiettivo di rendere minuscoli i piedi femminili. Gli studiosi delle antiche scritture cinesi scoprirono un ideogramma traducibile in “nobile strazio dei piedi femminili”: il precursore dello scarplizio.


Anche in Occidente la moda si orientò via via a modelli differenziati per genere, e mentre le scarpe maschili mantennero il loro scopo precipuo di agevolare il cammino, le scarpe da donna sembravano volerla tenere il più possibile ferma e seduta. Anatomicamente, il piede umano è largo in punta e scarica il peso sul tallone; la scarpa femminile con il tacco alto - lanciata proprio in Italia negli anni ’50 - è fatta esattamente al contrario: stretta in punta e sollevata sul tallone. Di lì lo scarplizio: la schiena si incurva per compensare il dislivello, le ginocchia si flettono (ecco l’aspetto «supplice» dell’etimologia), le caviglie sono completamente in balia della forza di gravità, e di una certa gravità sono le inevitabili storte.


Negli anni delle contestazioni femministe, le donne avrebbero fatto meglio a bruciare in piazza quegli strumenti di tortura invece dei reggiseni che, detto fra noi, fanno solo il loro lavoro. Invece, la subdola discriminazione sessuale dello scarplizio fu tollerata in nome della bellezza e della moda. Il mercato calzaturiero non offriva alternative, a parte le cosiddette “scarpe da ginnastica”, realizzate con tela grezza e presumibilmente scarti di pneumatici, pensate solo per palestre, campi da tennis e scampagnate estive, e destinate a sformarsi e a puzzare dopo pochi utilizzi.


Nel 1969, anno di grandi contestazioni studentesche e operaie, durante una sfilata di moda a Palazzo Scarpetta di Napoli, la parola scarplizio fu usata per la prima volta dalla famosa indossatrice anglo-veneta Verah Spilungon, e riportata dalla prestigiosa rivista di moda francese Pret-à-Souffrir.


Infatti - dicevano a quell’epoca le madri alle figlie - chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire. E allora via, zoppicando su tacco, mezzo tacco e tacchetto, a scuola, in ufficio, a fare la spesa, magari con i figli in braccio, in un quotidiano doloroso scarplizio.


Soltanto nei decenni successivi qualche calzaturificio cominciò timidamente a offrire anche alle donne scarpe comode: i mocassini “College” dall’Inghilterra, le allegre Sneakers dagli Stati Uniti, e in Italia, terra di geniali imprenditori visionari, persino le “scarpe che respirano”. E insieme alle scarpe, da allora, respirano finalmente anche le donne, potendo scegliere fra scarplizio e libertà.


Stefania Marello - ACC


Immagine rappresentativa di SCARPLIZIO




Lo SCARPLIZIO ben rappresentato nella fiaba di Cenerentola,

dove la scarpa era addirittura di cristallo

Disclaimer. Questo blog non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non è da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog potrebbero essere estrapolati da internet e, pertanto, se non considerate di pubblico dominio, perlomeno accessibili a chiunque. Qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, siete pregati di comunicarcelo senza esitazioni all’indirizzo e-mail: info @ lastampella.it e saranno immediatamente rimossi.
Gli scritti che contengono riferimenti a persone realmente esistenti hanno il solo scopo (si spera) di far sorridere e sono frutto del vaneggiare degli autori. Se tuttavia qualcuno non gradisse un articolo o una sua parte può chiederne la rimozione all’indirizzo di cui sopra, motivando l’istanza.
Non siamo responsabili dei siti collegati tramite link, né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.
| Copyright © 2016 La Stampella | contatti | newsletter | privacy policy |