Fondatore e macchinista: Paolo Marchiori. Vicedirettori postali (addetti ai post): Stefania Marello, Christina Fasso, Italo Lovrecich, GioZ, il Pensologo Livio Cepollina.
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E con loro cade l’illusione della lozione per capelli.
Delusione
Meglio lavorare da soli, e sia il capo a dirti che le tue idee sono stupide.
Nonna Abeffarda
E incontrare un estraneo in ascensore sarebbe imbarazzante.
Anche se gli scienziati più autorevoli sono concordi nell’affermare che il riscaldamento globale sia stato causato dall’uomo, uno studio recente dell’Accademia dei Cinque Cereali dimostra una tesi diversa: a causare l’aumento di temperatura della nostra atmosfera, e i disastri climatici ad esso collegati, sono soprattutto le donne.
Senza addentrarci nel vivo delle 1340 pagine dell’abstract (vale a dire il riassunto) della relazione dell’Accademia, vogliamo qui evidenziare soltanto alcuni aspetti di questa ricerca.
Nelle campagne piemontesi del secolo scorso, ogni contadino, tornando a casa la sera dopo una giornata di lavoro estenuante nei campi e nei vigneti, desiderava soltanto consumare la sbobba, per placare i morsi della fame prima di buttarsi sul paglione. Tuttavia, la moglie non stava zitta un attimo, vuoi per lamentarsi della sua giornata, vuoi per presentare richieste di vario genere, o anche solo per condividere un pettegolezzo sulla vicina di fattoria. Il marito resisteva per qualche secondo prima di interrompere gentilmente quel profluvio di parole muliebri, con una frase tipica: “Ten nen caud”, che nel dialetto locale significava non tenermi caldo, non starmi addosso, stai zitta. Da queste testimonianze storiche risulta che le donne, da sempre, trasmettono calore all’ambiente, un po’ per la loro natura di mamme-chiocce, un po’ per la loro temperatura basale, soggetta a continue variazioni per cause ormonali. E con l’aumento del loro numero nel corso dei secoli (oggi si calcola che siano presenti sul pianeta oltre 3 miliardi di donne adulte) esse hanno contribuito notevolmente al riscaldamento globale.
Sempre per problemi di metabolismo basale, disperdendo più calore esse hanno mediamente più freddo dei maschi, perciò alzano il termostato del riscaldamento domestico, con conseguente maggiore emissione di anidride carbonica.
Un altro argomento preso in considerazione dall’ampia ricerca è l’aumento della siccità globale, che causa desertificazione e generale scarsità di acqua. Ricordiamo che le donne sono maestre nello spreco dell’acqua. Chi dice che consumare carne aumenta il consumo di acqua, perché l’acqua necessaria negli allevamenti è superiore a quella utilizzata in agricoltura, non ha mai visto una donna lavare l’insalata: litri e litri di prezioso liquido per sciacquo e risciacquo delle foglie del cespo, una per una. Per non parlare del bucato e dell’igiene personale. Se il mondo fosse abitato soltanto da uomini, considerata la loro bassa propensione al bucato, alla lavatura piatti e alla doccia, il consumo mondiale di acqua sarebbe dimezzato. Si sa che il vero maschio predilige lavarsi a pezzi piuttosto che fare la doccia, e in tarda età, se non è assistito da una compagna o una badante, non ricorderà più quale pezzo si è già lavato, rinunciando anche alle abluzioni rateizzate, con notevole vantaggio ambientale (odori a parte, che comunque non contribuiscono all’aumento della CO2).
Toccando argomenti più moderni e tecnologici, si sa che le donne alla guida di un’automobile (elemento inquinante per eccellenza con elevate emissioni di CO2) tendono ad avere una guida meno fluida: accelerazioni inutili, frenate isteriche, manovre infinite nei parcheggi producono gas serra in quantità elevata. Inoltre, avendo il compito di accompagnare i figli a scuola e alle innumerevoli attività extrascolastiche, usano di più l’auto per i brevi percorsi, che risultano essere proprio i più inquinanti.
Questa preziosa ricerca riuscirà infine a restituire lustro ad alcuni scienziati diventati impopolari a causa della loro convinzione controcorrente: in sostanza, essi negano che il riscaldamento globale sia colpa dell’uomo.
E hanno ragione: il riscaldamento globale è colpa della donna.
Stefania Marello - ACC
Allegro sperpero d’acqua e sapone, tipicamente femminile
Quando i nipotini sono cresciuti, i nonni ritrovano quella libertà e quella pace promesse dal pensionamento. Affrancati dalle fatiche del nonnismo, essi finalmente si rilassano, e a volte si allentano anche i loro neuroni cerebrali, come accade agli elastici vecchi.
Una nonna che conosco, notoriamente seria e affidabile nell’occuparsi dei figli e poi dei nipoti, è stata vittima di questo fenomeno.
Quel giorno nonna Teresa (detta “nonna Vispa” dai nipoti, in onore dell’antica filastrocca) era in attesa dell’idraulico per la riparazione di una perdita in bagno. Aveva spostato in cucina tutta la chincaglieria che normalmente ingombra il bordo del lavandino (dentifricio, deodorante, lacca per capelli, boccette e boccettine, collutorio, sapone liquido, solido, spray…) e li aveva portati in cucina, insieme al bicchier d’acqua con aggiunta di candeggina, nel quale aveva messo a mollo gli spazzolini da denti, per igienizzarli.
Arrivò l’idraulico, un uomo non più giovane ma ancora piacente e simpatico, e Teresa fu distratta dalle sue chiacchiere e dai suoi complimenti. Del resto, gli idraulici hanno da sempre la fama di grandi seduttori.
Terminato il lavoro, Teresa pagò e congedò l’idraulico, e con la mente ancora distratta da pensieri romantici e poco appropriati per una nonna, riportò in bagno gli oggetti che aveva trasferito in cucina, compresi gli spazzolini da denti. Ma il bicchiere pieno d’acqua e candeggina fu dimenticato sul ripiano della cucina.
Galeotto fu l’idraulico, il bicchiere, e chi se lo dimenticò: quando più tardi Teresa ritornò in cucina per bere, afferrò il bicchiere e ne tracannò due sorsate prima di accorgersi che quel liquido trasparente, e stranamente frizzantino, non era la solita acqua minerale.
Nella sua testolina canuta risuonò un allarme così forte da far fischiare le orecchie, ampli-mini compresi. Contemporaneamente sentì bruciare la gola e la lingua, come avesse mangiato del peperoncino. Si sciacquò ripetutamente la bocca con acqua fresca, fece i gargarismi, sputò, tossì, e non sapendo che altro fare, visto che era sola in casa, chiese consiglio alla sua amica Intelligenza Artificiale, che ormai ha residenza fissa su Google. Questa le suggerì di chiamare senza indugio il Centro Antiveleni, neanche fosse stata morsa da un cobra.
Fece dunque il numero, e quando finalmente riuscì a parlare con un essere umano e spiegare il fattaccio, una voce gentile le fece precise domande: sul tipo di candeggina (ma lei non riusciva a leggere i caratteri minuscoli dell’etichetta) e poi sulla concentrazione della candeggina nell’acqua. Non le bastava una risposta approssimativa, voleva un valore percentuale! Ora, se c’è una cosa che Teresa non ha mai capito bene a scuola sono le percentuali: le potete chiedere aiuto per risolvere equazioni, problemi di geometria analitica e di trigonometria, ma non chiedetele quanto costerà il golfino da 75 euro dopo uno sconto del 20%, perché la mettete in seria difficoltà. Alla fine, il verdetto della voce gentile fu imperativo: vada subito al Pronto Soccorso!
Ma la nostra Vispa Teresa ha una sorta di avversione per il Pronto Soccorso. Dopo due esperienze allucinanti a seguito di cadute, aveva promesso a se stessa di non metterci più piede, a meno di aver perso conoscenza ed esservi portata contro la propria volontà.
- Ma io sto bene, che cosa possono farmi al Pronto Soccorso? – osò chiedere alla voce gentile, la quale, molto meno gentile, rispose:
- Di sicuro un otorino le controllerà il danno alla gola, le faranno un elettrocardiogramma (che non si nega a nessuno), poi una gastroscopia, per valutare i danni all’esofago e allo stomaco…
- Tutti questi esami per un sorso di acqua e candeggina? - si stupì Teresa.
- Certo signora - rispose la voce gentile, ormai decisamente irritata - lei ha bevuto un liquido corrosivo!
Ma Teresa non era convinta. Più corrosivo della Vodka polacca che, a quanto dicono, è quasi alcol puro? Eppure, in Russia la tracannano per colazione. Al Pronto Soccorso l’avrebbero tenuta prigioniera per ore, in una bolgia infernale di barelle parcheggiate ovunque, pazienti impazienti, infermieri deliranti, parenti che insultano i medici e gli infermieri deliranti. Avrebbe atteso per ore specialisti impegnati altrove (a salvare vite che ne avevano davvero bisogno) e poi altre ore in attesa di esami invasivi non necessari.
Nel frattempo il mal di gola le era passato completamente, e non aveva alcun altro sintomo.
Decise di cedere il suo posto immaginario al triage a qualcuno che stesse male davvero: consumò una cena leggera, andò a letto, dove dormì tranquillamente tutta la notte, cosa piuttosto insolita per lei, che soffre di insonnia da anni.(*)
Stefania Marello - ACC
(*)Attenzione: non usate gocce di candeggina al posto del vostro solito sonnifero. Chiedete sempre a un medico!
Cin cin con…egrina
Gesto scaramantico di nonna Teresa quando sente nominare il Pronto Soccorso
Questa mattina ho sostenuto l'esame del sangue. Ero preparata: non era la mia prima volta.
Mi sono alzata all'alba, ho fatto pipì nell'apposita provetta centrandola al primo colpo. Poi, a digiuno come prescritto, mi sono recata al centro prelievi.
La prima prova si fa al totem che dà i numeri. Non perché sia pazzo, ma perché emette biglietti numerati. In base all'esame che devi fare si pigiano dei tasti: ho pigiato subito quelli giusti. Il mio numero era A21, come l'autostrada.
Come all'ufficio postale, la lettera indica il tipo di esame da fare. Oltre alla coda A, esistono la B, la C, la D e la E. Sbagliare coda è un attimo, ma può costarti la bocciatura.
Nel grande atrio affollato c'era ancora qualche sedia libera. Mi sono seduta, senza perdere mai di vista il tabellone elettronico delle chiamate ancora spento.
Finalmente, dopo circa mezz'ora di snervante attesa e di brontolii collettivi da stomaco vuoto, si sono aperti gli sportelli e sono iniziate le chiamate. Ci sono due possibilità per superare questa prova: una è recarsi vicino allo sportello che chiama i numeri della propria lettera (nel mio caso la A), l'altra è restare seduti controllando costantemente il tabellone e, quando compare il proprio abbinamento lettera-numero, scapicollarsi verso lo sportello indicato, fendendo la folla, e urtando i soliti vecchietti che si ostinano a stazionare davanti agli sportelli, pur reggendosi a malapena in piedi. Se ne fai cadere anche solo uno (ma per l'effetto domino potrebbero essere di più) scattano le penalità: devi chiamare i soccorsi, attendere i rianimatori e l'esito del tuo esame è compromesso.
Perciò ho scelto la prima possibilità. Peccato che, dopo il numero A20, quando ero pronta per lo scatto finale, i numeri con la A sono stati improvvisamente chiamati da un altro sportello. Purtroppo succede: si dice che sia un astuto espediente dell'ASL per limitare gli accessi. Per fortuna me ne sono accorta subito: l'addetta aveva già chiamava l'A22 ma io, con un balzo felino, l'ho raggiunta, bruciando sul traguardo il concorrente A22 per pochi decimi di secondo.
Superata la prova-accettazione c'è un'ulteriore coda, molto più caotica, per il pagamento del ticket e la consegna della ricevuta. Qui, ai brontolii gastrici si aggiungono i brontolii vocali di protesta per il caro-ticket.
Finalmente viene consegnato il materiale per sostenere l'esame vero e proprio: una serie di provette vuote e di documenti cartacei.
Ed è qui che il gioco si fa duro: bisogna attendere il proprio turno in fila davanti alla sala prelievi, reggendo la borsa, le provette, i documenti e la giacca. Tenere la giacca addosso non è una buona idea, poiché, a causa dell'ambiente surriscaldato come una sauna, si può arrivare al prelievo completamente disidratati, senza sangue a sufficienza per completare l'esame. E pazienza se la giacca ti scivola dal braccio o la borsa a tracolla ti sega la spalla in due, ma se per disgrazia ti cadono i documenti ti devi buttare a terra e recuperarli in fretta tra le scarpe degli astanti, a costo di rimetterci le dita, prima che vengano calpestati o persi.
Giunta alla postazione del prelievo ho potuto finalmente mollare la borsa e la giacca, porgere i fogli (che tenevo in bocca) e offrire il braccio all'operatore sanitario e ai suoi strumenti di caccia alla vena. So per esperienza che un operatore inesperto, dopo qualche minuto passato a ravanare nel tuo braccio in cerca di una vena decente, si innervosisce, e sbotta con esclamazioni del tipo: "Ma lo sa che lei ha delle brutte vene?". In tal modo riesce a dare a te la colpa della sua inettitudine: infatti tutti ti guardano come se fossi un alieno, e tu ti senti difettoso e spregevole. Ma, come ho detto, io ero ben preparata: ho offerto subito il braccio giusto, dotato di vena valida, indicata da una freccia tracciata con il pennarello indelebile e resa ancora più evidente da ripetuti esercizi di apertura e chiusura delle dita, eseguiti durante le attese.
Da qualche giorno sta circolando in rete questo meme, che non posso esimermi dal commentare. L’immagine quasi surreale del rospo che tocca perplesso una rospina apparentemente defunta ha un nonsoché di tragico, mentre l’espressione “maschi non attraenti” riferita ai rospi è piuttosto comica. Infatti, è divertente immaginare i criteri estetici delle rane nella scelta di un partner.
Indagando più a fondo tramite la nostra amica I.A. (una saputella che vive da qualche parte nel Web, sempre pronta a spiegare “la rava e la fava” su qualsivoglia argomento con dovizia di particolari) scopriamo che la notizia, per quanto stramba, è avvalorata da una regolare ricerca scientifica.
Alcuni scienziati del Museum für Naturkunde di Berlino hanno scoperto che le femmine della specie Temporaria Linnaeus - una rana rossa molto diffusa in tutta Europa - utilizzano diversi modi per difendersi, persino fingere la propria morte. Questa strategia è chiamata tanatosi o immobilità tonica. Perché lo fanno? - ci chiediamo - Per sfuggire ai predatori? Per sfuggire al fisco? Per essere scelte a recitare in un film dell’orrore?
No, il loro scopo, secondo la ricerca, è evitare accoppiamenti indesiderati o aggressivi.
Infatti, questi anfibi all'inizio della primavera compiono lunghe migrazioni per ritrovarsi in affollate aggregazioni a scopo riproduttivo, dove i maschi, per accoppiarsi quante più volte possibile, sono propensi alla coercizione sessuale e alle molestie. Queste orge si svolgono nell’acqua, e le femmine assalite da più maschi contemporaneamente rischiano l’annegamento.
Un’altra strategia utilizzata dalle coraggiose raganelle consiste nell’emettere grugniti e strilli particolari, descritti come "richiami di rilascio", cioè esattamente il contrario dei richiami di accoppiamento. I maschi di questa specie sembrano comprendere (direi meglio di certi maschi umani) questi segnali di non consenso, e si allontanano, indirizzando la loro passione verso femmine più disponibili.
Tutto questo ci è di grande consolazione: noi donne non siamo le uniche femmine del pianeta a doverci talvolta difendere dalle non gradite richieste sessuali dei maschi. Tuttavia, fingerci morte sarebbe inutile o eccessivo: il maschio potrebbe non accorgersi di nulla e continuare serenamente la sua prestazione, oppure potrebbe cadere nel tranello, chiamare i soccorsi, e rischiare di essere arrestato immediatamente per stupro, o addirittura per presunto femminicidio. Anche emettere grugniti e strilli non sarebbe per noi una soluzione: il nostro partner, nella sua maschia sicumera, li interpreterebbe come manifestazioni di sfrenata goduria.
Per noi, resta più sicuro fingere il solito mal di testa.
C’è un retrogusto amaro di fronte a certi fenomeni naturali. Non sarebbe più bello se, invece dell’orrenda orgia riproduttiva, la natura permettesse a ogni rana di scegliere e baciare il suo rospo, e che questo, se gradisce l’approccio, potesse trasformarsi soltanto per lei in un bellissimo principe?
Stefania Marello - ACC
Nella famosa fiaba nessuno è costretto a fingersi morto
Non ricordiamo un caldo così da… beh, direi dall’estate dell’anno scorso, o da quella dell’anno prima. In sostanza, da che abbiamo ricordi in estate fa caldo.
Tuttavia, negli ultimi dieci o quindici anni, al fastidio dell’afa, delle notti insonni e dell’asfalto rovente se n’è aggiunto un altro, forse peggiore: sentirne parlare in continuazione.
Non passa giorno senza che ogni notiziario non dedichi almeno un servizio all’emergenza caldo. Credevo che le emergenze fossero le alluvioni, i terremoti, gli eventi imprevedibili, le guerre. Ma il caldo? Che emergenza è? E soprattutto, parlandone in continuazione possiamo rimediare?
C’è un numero che ricorre più volte al giorno: il numero delle città che hanno vinto il ‘bollino rosso’, una specie di onorificenza negativa del disagio da calura. Questo numero cresce ogni giorno, oggi più di ieri e meno di domani, come dichiarava la famosa medaglia dell’amore tanto in voga negli anni settanta. Dal caldo non c’è modo di fuggire: fa caldo fuori e dentro casa, a meno di avere l’aria condizionata, che rinfresca i luoghi chiusi ma riversa ulteriore aria calda all’esterno, per un noto principio di termodinamica.
Oltre agli aggiornamenti continui sui bollini rossi, che non si sa a cosa servono, visto che non danno né sollievo al disagio né diritto ad alcun premio, siamo costretti ad ascoltare discorsi colpevolizzanti sul riscaldamento climatico: ghiacciai spariti, siccità annunciate, anticicloni africani che stazionano in Europa senza permesso di soggiorno (e che nemmeno Salvini e Vannacci riescono a rimpatriare), mar Mediterraneo che diventa un brodo caldo e ospita specie animali aliene e pericolose.
A chi giova tutto questo allarmismo? Non siamo ancora sufficientemente informati e preoccupati? Repetita iuvant, cioè ripetere il concetto aiuta, dicevano gli antichi Romani; ma quando si esagera repetita rumpunt cojones (tardo-latino parlato in alcuni borghi piemontesi, che non necessita di traduzione). Se i governi ritengono che si possa fare qualcosa per migliorare la situazione, provvedano. Ma noi - tu, io e altri milioni di persone che sudano e si sventagliano, ma non contano una cippa – possiamo rimediare in qualche modo? Tenendo conto che l’Italia produce lo zero virgola quasi niente percento dell’anidride carbonica globale, perché vogliono farci credere che questo disastro è colpa della nostra minuscola utilitaria o della vecchia lampadina?
Ci sono poi le raccomandazioni per la ‘sopravvivenza’ alle alte temperature, anch’esse incalzanti e quotidiane, destinate soprattutto alle persone anziane. Qualcuno dovrebbe informare i direttori dei notiziari che “persona fragile” non significa necessariamente rincoglionita. Che anche a novant’anni, anche se affetti da demenza senile, le vecchiette e i vecchietti di tutto il mondo evitano per istinto di sostare al sole sull’asfalto rovente, di cucinare la polenta, di tracannare bevande ad alta gradazione alcolica, di indossare il cappotto nero anche d’estate perché ‘sfila’, di praticare sport nelle ore più calde. A questo proposito mi permetto anch’io di diramare un avviso importante per la sicurezza degli inquilini del mio palazzo: se mi vedete uscire e correre in strada alle due del pomeriggio, correte anche voi, perché è sicuramente successo qualcosa di grave.
A tutti gli anziani più o meno fragili vorrei fare invece una raccomandazione: il tempo che vi resta da vivere non è infinito, non sprecatelo ad avere paura.
Stefania Marello - ACC
Avviso per i fragili: evitate di guardare troppi notiziari che vi fanno sudare per la paura
Meglio spegnere la televisione (che, tra l’altro, produce calore come ogni elettrodomestico) e andare a leggere nel parco, all’ombra
Secondo un’antica leggenda cinese questa ricetta fu inventata da una nonna, alle prese con un nipotino capriccioso e inappetente.
Come in ogni altra parte del mondo, anche in Cina i bambini nei primi mesi di vita vengono nutriti esclusivamente di latte, il quale, materno o artificiale che sia, è un liquido dal sapore dolce. Quando giunge il momento dello svezzamento i lattanti devono gradualmente abituarsi ad altri gusti per poter diventare onnivori, cioè adulti divoratori di lasagne, bistecche e hamburger. Salvo poi dover tornare alle pappine insipide, quando il medico li mette a dieta per il colesterolo fuori controllo. Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo dunque che la maggior parte dei bambini, al momento dello svezzamento, non gradisce il sapore non dolce. Nonostante siano così piccoli, incapaci di scrivere ai genitori una mail di reclamo, ma anche solo di esprimersi a parole, essi riescono tuttavia a comunicare il loro disappunto, per esempio sputando in faccia a chi li nutre il contenuto del cucchiaio, o gettando il piatto sul pavimento.
Per aggirare il problema i genitori inesperti seguono i consigli di quelli più navigati, che raccomandano di aggiungere un po’ di zucchero alle prime minestrine, per accontentare i gusti del bambino. In pratica, i genitori perpetrano il primo di una lunga serie di inganni, come scriveva già il Leopardi in una delle sue allegre poesie:
“Nasce l’uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato.”
Che in parole più prosaiche significa: caro figlio, la vita è dura, ma noi, pur sapendolo, ti abbiamo comunque messo al mondo. Tuttavia, siamo qui per consolarti. Nel frattempo, beccati questa merdosa pappa zuccherata e smettila di rompere.
Ma in Cina probabilmente Leopardi è poco frequentato e, secondo una delle leggende che circolano intorno a questa deliziosa pietanza, una nonna cinese aggiunse zucchero e pezzetti di ananas al trito di carne di maiale destinato al nipotino. Visto che la ricetta migliorava l’approccio, ma non superava del tutto la caparbietà del nipote, la dolce nonnina asiatica, sicuramente discendente da un valoroso soldato dell’esercito di Gengis Khan, non si arrese: aggiunse anche un po’ di vino, pensando che avrebbe ammorbidito la carne, ma soprattutto il bambino. Infatti, il pargolo dai vispi occhi a mandorla diventò subito più allegro e collaborativo, ripulì il piatto fino all’ultimo boccone, e digerì il tutto rapidamente, con un sonoro ruttino. Così nacque la ricetta del maiale in agrodolce.
Per gli appassionati di cultura della Cina riveleremo anche il nome della ricetta in
lingua originale: 古老肉,
dove il primo ideogramma sembra proprio rappresentare un bimbo felice, che ringrazia a braccia aperte dal suo seggiolone in legno di bambù.
Non daremo invece alcuna informazione sugli ingredienti e sulla preparazione, perché non vogliamo incorrere nelle severe sanzioni previste dalle leggi di copyright della ristorazione cinese.
Soltanto i diversamente giovani possono avere memoria di questi oggetti, corredo indispensabile agli operai degli anni cinquanta e sessanta. In Piemonte, e in particolare a Torino, città operaia per antonomasia, il barachin era il portavivande con cui, in mancanza di mense aziendali, i lavoratori si portavano il pranzo da casa. Dapprima fu un semplice cilindretto di latta con il tappo a vite; in seguito si specializzò, dividendosi in due contenitori tenuti insieme da un pratico marchingegno. Anche il materiale era diventato più nobile, passando dalla lamiera zincata all’acciaio inossidabile. Il nome fu poi usato a definire lo stesso lavoratore che lo utilizzava: in quegli anni gli operai, che a Torino e provincia erano soprattutto dipendenti della Fiat, venivano chiamati i barachin. Altre categorie, muratori, imbianchini, netturbini eccetera, pur usando il barachin, non godevano di questo appellativo, riservato alla manodopera delle grandi fabbriche legate all’automobile.
Ad ogni cambio turno, a partire dalle sei di mattina, orde di barachin in bicicletta varcavano i cancelli degli stabilimenti, e tutti avevano nel portapacchi il loro barachin, con la sbobba amorevolmente preparata dalle mogli la sera prima. Altrettanti ne uscivano, con il loro barachin ormai vuoto e unto, da riportare a casa.
Anche a casa nostra circolava quell’oggetto. All’ora di cena mamma, prima di servire noi in tavola, prelevava dalle pentole la dose in più, destinata a finire nella pancia del barachin, e del suo amatissimo marito, che lei aveva il privilegio di nutrire anche quand’era fuori casa. Erano cibi facilmente riscaldabili: pasta con poveri condimenti, e per secondo spezzatino con patate, o merluzzo, o cotoletta con spinaci. Con le altre mogli dei barachin condivideva il dovere di cucinare pranzi e cene per tutti, poiché non c’erano nemmeno le mense scolastiche. Non c’erano i freezer, i cibi surgelati, i piatti pronti, tantomeno la scappatoia di ordinare una pizza o un kebab. Soprattutto non c’erano i supermercati: quei pranzi e quelle cene volevano dire mattinate a fare le code dal macellaio, poi dal fruttivendolo, poi dal panettiere, infine in cucina a spignattare. Le massaie di una volta si facevano davvero il mazzo per la famiglia.
Il barachin veniva riscaldato sul posto di lavoro in grandi pentole di acqua calda, poi consumato rapidamente con le posate portate da casa avvolte in un tovagliolo. La maggior parte accompagnava quel veloce pasto con il proprio vino, trasportato in una bottiglietta di vetro a chiusura ermetica.
Con l’avvio delle mense aziendali il barachin, inteso come contenitore, fu abbandonato, e poco alla volta furono abbandonati anche i barachin-operai, licenziati quasi tutti, dopo periodi più o meno lunghi di cassa integrazione.
Gli unici barachin che sopravvivono oggi sono le doggy bag, le vaschette usa-e-getta che ti lasciano i ristoranti, con gli avanzi da portare a casa. Sono l’antibarachin: hanno un percorso opposto (da fuori a casa) e non sono più dei porta vivande per operai che mangiavano gli avanzi del giorno prima (e non sprecavano nulla, né cibo, né piatti, né tovaglioli di carta), ma uno sfoggio di attenzione all’ambiente da parte di ricchi ristoratori e dei loro clienti ben nutriti.
Sono sempre più numerosi i ricorsi alla chirurgia plastica per rifarsi parti del corpo ritenute imperfette o semplicemente insoddisfacenti
Qualche giorno fa, Il processo di Miss Cardi, il noto programma in diretta Streaminzita TV che affronta controversie di materia giuridica, riguardava una lite tra coniugi sulle spese sostenute per la chirurgia plastica.
Lei si era rifatta il seno e lui i polpacci, ma i polpacci erano costati di più. Inoltre, sosteneva la moglie, del suo seno rifatto aveva usufruito anche lui, mentre lei, dei polpacci nuovi del marito non sapeva che farsene.
Perciò lei chiedeva un rimborso, mettendo l’ex marito in seria difficoltà: non poteva certo restituire le protesi al chirurgo per riavere i soldi.
Gli interventi di chirurgia estetica sono sempre più diffusi: si regalano a Natale e agli anniversari e, pur di poter dire di essersi rifatti qualcosa, ci si inventa difetti senza senso, come il dito a falce (sodale del dito a martello), e operazioni innovative come la lipopittura (dopo la liposcultura) o il lifting dei talloni, detto anche achilloplastica. E i tribunali si trovano a dover risolvere controversie come quella descritta.
Le denunce più frequenti sono quelle dei pazienti nei confronti dei chirurghi. Si fa causa per la taglia sbagliata del seno o la forma del naso: di grande impatto emotivo il caso della signora che aveva chiesto al chirurgo un naso “alla Moore”, intendendo Demi Moore, e invece si è ritrovata sul suo bel faccino il nasone di Michael Moore, il grande (e grosso) regista americano.
Seguono poi le cause per gli zigomi a spigolo di comodino (denunciati soprattutto dai motociclisti, perché squarciano l’imbottitura dei caschi), e le labbra a canotto di salvataggio, che a volte si sgonfiano (esattamente come i canotti veri, ma, per fortuna, non affoga nessuno).
Si discute molto anche di ‘ritocchini’.
Una signora di Rovereto ha citato il suo chirurgo per uno di questi interventi cosiddetti mini invasivi alle orecchie, che effettivamente erano un po’ a sventola, anche se non era parente dell’onorevole Giarda.
Dopo l’intervento la signora aveva cominciato a soffrire di acufeni, cioè fischi e rumoretti vari, che sentiva solo lei. Il chirurgo provò a correggere l’orientamento dei padiglioni (della paziente, non della clinica), ma a seguito del ritocchino la paziente udiva un rintocchino di campane, ogni volta che tossiva o starnutiva.
E non si creda che siano solo le donne a chiedere aiuto alla chirurgia.
La blefaroplastica, ad esempio, cioè il ritocco alle palpebre cascanti, è un intervento richiesto da molti uomini. A una certa età, stufi di rifarsi gli occhi davanti ai film porno, si rifanno le palpebre.
Ormai tutto ciò che concerne il corpo è prezioso, e guai a danneggiarlo, anche minimamente.
Persino i parrucchieri devono rispondere davanti al giudice se il risultato dei loro trattamenti non è quello previsto.
- Avevo chiesto la tinta Biondo Noce del Tanganica Semi Chiaro e mi ritrovo questo Bruno Mogano Intenso della Rodhesia, che mi sta malissimo - reclama una signora che si è rivolta al Giudice di Pace. Il Giudice guarda la signora e, pur chiedendosi in cuor suo come un diverso colore di capelli potrebbe migliorarne l’aspetto, stabilisce comunque un modico risarcimento: essere giudici di pace vuol dire appunto non scatenare una guerra, cercando di far ragionare una donna.
Ultimamente vanno di moda interventi su parti anatomiche di solito tenute nascoste, e i chirurghi plastici si tutelano con super assicurazioni: se sfugge il controllo del bisturi sui gioielli di famiglia del paziente, per risarcirlo dovrebbe vendersi tutti i gioielli della famiglia, la sua, quella dei suoi genitori, dei suoi figli e nipoti, fino alla terza generazione.
Ma perché molti uomini accettano qualche ruga sulla pelle, ma non sulle palle? Resta un mistero. La scienza ha spiegato tante cose, persino il bosone di Higgs, ma questa no.
L’ AGCM (Autorità Garante della Concorrenza del Mercato) ha multato per oltre 20 milioni di euro i produttori di alcune marche di snack salati, perché si erano accordati per spartirsi il mercato, escludendo altri produttori.
Questa notizia mi ha fatto pensare a quanto grande sia il giro di affari di queste aziende, anche se produttrici di generi alimentari superflui.
Fin dagli anni cinquanta esse hanno invaso negozi, supermercati e banconi dei bar con snack salati di ogni genere. Per non parlare delle macchinette distributrici, che ormai sono ovunque. Non mancano neppure negli ospedali, in modo che i pazienti che devono essere operati, dopo una cena a base di brodino e mela cotta, possano placare i morsi della fame con uno spuntino a base di noccioline salate e popcorn. Certo, non sono aziende che influiscono sui destini del mondo, ma sicuramente lo tengono in ostaggio “gustativo”.
Ci sono vari tipi di snack salati, ma i più diffusi e amati sono ancora le patatine. Ne troviamo di ogni formato, marca e sapore: classiche, rustiche, al sapore di rosmarino o di pizza, a forma piatta o a bastoncino, confezionate in buste o in tubi. Sono un “cibo spazzatura” irresistibile per tutti, dai bambini ai nonni. Altro che i dolci!
Personalmente le compro solo se ho ospiti, e butto via gli avanzi. Buttare il cibo è uno spreco e non si dovrebbe mai fare, ma quando so di averle in casa non resisto alla tentazione: non me ne bastano due o tre, se inizio non mi fermo finché non le ho finite, e raccatto senza vergogna anche le briciole in fondo al sacchetto. Provo a giustificarmi dicendo che in fondo si tratta di patate, quindi è verdura. Ma so benissimo che, in una patatina industriale, la patata intesa come ortaggio è presente in modesta percentuale: il resto è olio di cattiva qualità, additivi e aromi. E tanto tanto sale.
Puoi fare il salutista, puoi atteggiarti a nazinutrizionista e schifarle pubblicamente, puoi farne a meno per anni, ma quando metti in bocca anche solo una di queste leggere e saporite patatine fritte… sei fritto anche tu: non riesci a smettere tanto facilmente. Sono buone ovunque, a qualunque ora, ma in particolare è irresistibile sgranocchiarle sul divano davanti alla TV.
Chi ha scoperto che la sapiente combinazione di fritto-salato-croccante è una potente droga per le nostre papille gustative? Non ne ho idea, ma di certo è stato un genio delle vendite, che in questo settore non conoscono crisi. Nutrimento zero, calorie troppe, ma gusto stellare. Danni agli organi interni incalcolabili, a causa del sale, e dell’olio di frittura, che non solo è scadente, ma è riciclato a tal punto che quando finalmente viene smaltito non è più utilizzabile nemmeno come olio lubrificante per macchinari di seconda scelta.
Soprattutto, sono dannose per i bambini. Se sei un genitore responsabile, e cerchi di evitare che i tuoi figli le mangino, puoi farcela finché non vanno a scuola. A quel punto perdi il controllo, perché in classe c’è sempre un bambino spacciatore, e perché costano pochi spicci. Allora cominci a capire perché la mamma della “casa nel bosco” non mandava i figli a scuola: tutte le sue regole salutiste sull’alimentazione sarebbero andate a farsi benedire.
Sì, benedire, anche se la scuola è laica.
Stefania Marello - ACC
Snack salati a perdita d’occhio (e di tempo per scegliere)
Patatine al lime e pepe rosa, e patatine al sale dell’Himalaia
Le famose patatine fritte defritturate
Quando apri la confezione senti l’orchestra che suona la Primavera di Vivaldi
mi chiamo Tom, e mi piacciono molto gli animali. In particolare adoro i gatti, che sono praticamente la mia religione: infatti sono un gattolico praticante, e ne ho ben tre, che si chiamano Padre, Figlio e Spirito Tanto. Quest’ultimo deve il nome alla sua smodata passione per gli alcolici, che si procura rovesciando dal tavolo bottiglie e bicchieri colmi di vino, e leccando poi tutto il contenuto sparso sul pavimento. Avere un gatto ubriaco in casa non è bello, soprattutto quando ci sono ospiti: miagola a squarciagola (e a squarciaorecchie dei presenti) inciampa continuamente nei piedi umani, rutta come un lavandino sgorgato, e si strofina in modo lascivo sulle gambe delle signore.
Mio fratello Gerry, invece, alleva topolini da combattimento, e per questo non possiamo vivere insieme. Abbiamo provato, ma i topi di Gerry terrorizzavano la mia trinità felina, che invece di difendersi tendeva a porgere l’altra guancia...
Qualche giorno fa, Gerry ha letto sulla nota rivista Scientific Foolamerican un articolo che parlava di un animale dal nome accattivante: la tupaia dalla coda a piuma.
Conoscendo la vasta cultura della Vostra Pregiata Accademia, Gerry mi ha suggerito di scrivervi, per avere qualche informazione in più su questa bestia, che, come accennava l’articolo, avrebbe una certa inclinazione a bere alcolici, proprio come il mio micio, Spirito Tanto.
Grazie
Cari Tom e Gerry,
la tupaia dalla coda a piuma è un animaletto terricolo, dall’aspetto buffo: sembra una via di mezzo tra un topo e una grossa talpa, con movenze da scoiattolo sgraziato e un muso da personaggio dei cartoni animati d’altri tempi. Anche il nome è piuttosto bizzarro, e non suscita nel nostro immaginario la prestanza e la fierezza di animali più conosciuti, come la tigre della Malesia, il lupo siberiano o l’aquila reale. Il nome Tupaia suscita piuttosto incredulità, ilarità e poco rispetto, forse per la sua somiglianza con topaia, o forse per la caratteristica della “coda a piuma”, elemento difficile da immaginare in una bestia che non vola. Ma non è finita: questi animaletti, per lungo tempo classificati come Primati, sono stati di recente separati da questo ordine tassonomico, ed è stato creato appositamente per loro l’ordine “Scandentia”. Avete letto bene: le tupaie appartengono all’Ordine degli Scadenti. Noi dell’ACC pensiamo che gli zoologi, a volte, possono essere delle vere carogne. Ma la piccola tupaia se ne frega di ordini e disordini. Vive in pace (modus ormai raro in questo tormentato pianeta) nelle foreste pluviali dell'Asia meridionale e sudorientale. Scava le sue tane nel terreno, dove si rifugia quando si sente in pericolo.
Pensate che il nome derivi dal fatto che assomiglia ai topi, o che vive in topaie? Siete fuori strada: tupaia deriva da tupai, parola che in lingua malese significa scoiattolo, animale al quale vagamente assomiglia.
In particolare, rispetto a tutte le specie di tupaie esistenti, la tupaia dalla coda a piuma ha le orecchie più grandi, e due pollici e due alluci perfettamente opponibili alle altre dita.
Quale animale in natura non vorrebbe quattro pollici opponibili? Sicuramente essi semplificherebbero la vita anche a noi, che invece di avere dolorose dita a martello e inutili alluci valghi, potremmo godere di piedi prensili e multifunzionali… Inoltre, la nostra amica è dotata di una lunga coda a piuma, che, a riposo, viene fatta passare sotto il corpo ed alzata sopra la testa, come un ventaglio. Così, oscillando avanti e indietro, tiene lontani gli insetti molesti.
Ma dove la tupaia dimostra tutta la sua meravigliosa adattabilità è nella capacità di sopportare le sbronze. Essa si nutre delle infiorescenze di una particolare palma, la Eugeissona tristis (perché tristis? Non lo sappiamo: forse si tratta di un’altra cattiveria, questa volta dei botanici). L’Eugeissona sarà anche triste, ma ha la capacità di fermentare il nettare trasformandolo in alcol. Questo viene assunto dalla Tupaia, in quantità così elevate che causerebbero pericolose intossicazioni persino a un essere umano.
Insomma, alle tupaie dalla coda a piuma piace l’alcol, ma riescono a berlo senza subirne i noti effetti collaterali. Questo le rende molto interessanti per gli studiosi del metabolismo alcolico.
Alla luce di quanto sopra, consigliamo al nostro lettore Tom di dare in affido il suo gatto Spirito Tanto a una Associazione Alcolisti Anonimi, e di adottare al suo posto una dolce tupaia dalla coda a piuma.
Stefania Marello - ACC
Tupaia dalla coda a piuma e Tigre della Malesia. Il lettore trovi almeno cinque differenze
Spirito Tanto, il gatto di Tom
La tupaia alle prese con la misurazione dell’alcolemia
Quando i primi ominidi scesero dagli alberi, oltre quattro milioni di anni fa, scoprirono, così su due piedi, che camminare eretti era molto più veloce che spostarsi di ramo in ramo come le scimmie. Ma era anche doloroso: le callosità dei piedi non bastavano a proteggerli dalle asperità e dal freddo del terreno. Per questo si ingegnarono ad inventare le scarpe.
Le prime calzature di cui si ha traccia, realizzate con pelli di animali e fibre vegetali intrecciate, risalgono al periodo Paleolitico. Esse hanno permesso all’Homo Sapiens di spostarsi e popolare il mondo intero.
Ma col trascorrere dei millenni, a complicare la nostra già difficile vita sulla terra è subentrata la vanità, progenitrice dell’industria della moda. E questa ci ha fatto perdere di vista i bisogni essenziali di uomini e donne, uno dei quali è per l’appunto camminare.
Quando noi nonne eravamo giovani, i negozi di calzature offrivano scarpe adatte alla deambulazione solo alla clientela maschile. Le scarpe da donna, invece, sembravano progettate per piedi alieni. Il piede umano è largo in punta e scarica il peso sul tallone; la scarpa con il tacco alto è fatta esattamente al contrario: stretta in punta e sollevata sul tallone. Camminando, la schiena si incurva per compensare il dislivello, il tendine di Achille si accorcia, la caviglia è completamente in balia della forza di gravità, e di una certa gravità sono le inevitabili storte.
“La donna è mobile” si diceva citando il Rigoletto, e l’instabilità sulle scarpe lo confermava, rendendo noi donne perennemente squilibrate, anche nel pensiero. Chi ha dovuto indossare quel tipo di calzature sa benissimo di che cosa stiamo parlando. È impossibile camminare disinvolte, guardarsi intorno, fare una breve corsetta per prendere un tram al volo. È difficile camminare sulla ghiaia, sullo sterrato, percorrere strade in salita o in discesa. L’attenzione dev’essere sempre concentrata su dove e come posiamo i piedi.
Negli anni delle contestazioni femministe, invece di dar fuoco ai reggiseni che, detto fra noi, fanno solo il loro lavoro, avremmo dovuto bruciare in piazza quegli strumenti di tortura. Invece, abbiamo tollerato la subdola discriminazione sessuale, in nome della bellezza e della moda.
Si diceva, infatti, che la donna che zompettava sui tacchi a spillo fosse elegante e sexy. Se poi indossava anche una gonna stretta e le smaglianti (e facilmente smagliate) calze a rete era considerata lo stereotipo del desiderio maschile. Ma quanto può essere sexy, mi chiedo, una poveretta che traballa come un equilibrista ubriaco, limitata nell’andatura, impedita nella corsa, aggrappata ai mancorrenti delle scale, e tormentata dal dolore ai piedi?
Nel caso non fosse già evidente, iniziarono anche i medici a metterci in guardia dai danni irreversibili alle dita dei piedi e alla colonna vertebrale. Ma che cosa potevamo fare? Non avevamo alternative, a parte le cosiddette “scarpe da ginnastica”, fatte di tela e scarti di pneumatici, che diventavano subito sformate e puzzolenti, pensate solo per le palestre, i campi da tennis e le scampagnate estive.
Del resto - dicevano le nostre madri - chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire. E allora via, zoppicando su tacco, mezzo tacco e tacchetto: a scuola, all’Università, poi in ufficio, a fare la spesa, magari con i figli in braccio.
Molte di noi in ufficio si sfilavano le scarpe sotto la scrivania, e se le rimettevano in fretta quando entrava il capo, ignorando le proteste dolorose di calli e vesciche.
Finalmente, intorno agli anni novanta, la moda cambiò, e comparvero nei negozi e nei grandi magazzini i primi modelli di scarpe da donna basse e stringate, come le comodissime Clarks dall’Inghilterra, o le allegre Sneakers dagli Stati Uniti: fu un vero un passo avanti - nel senso letterale della parola “passo” - nella parità di genere.
Oggi l’offerta di calzature femminili è ampia e differenziata: chi vuole camminare in sicurezza trova scarpe morbide, comode, a misura di dita a martello e alluce valgo, dotate persino di suola memory foam, come i materassi.
Ma il “tacco 12” è rimasto, per la donna ambiziosa, la donna “che non deve chiedere mai”, a parte il braccio cavalleresco del suo uomo a fine giornata, quando, per stanchezza o per un Martini di troppo, non regge più la sfida con le complesse leggi fisiche dell’equilibrio.
È di questi giorni la notizia di un fatto bizzarro accaduto in un supermercato di Padova. Da qualche mese il personale addetto notava che alcune fette di formaggio esposte nel banco frigo non erano integre: mancava parte della punta, e c’erano evidenti segni di morsi, come se qualcuno le avesse assaggiate e poi rimesse al loro posto. Il danno non era trascurabile, perché il colpevole sceglieva i tagli più costosi (primo fra tutti il parmigiano), che poi dovevano essere ritirati dalla vendita per ovvi motivi di igiene. L’articolo non dice molto sulla vicenda, se non l’inizio e la conclusione, ma a noi piace immaginare tutta la storia.
Alla vista delle prime fette rosicchiate, l’ipotesi che il colpevole potesse essere un topolino è stata sicuramente presa in considerazione dal personale del punto vendita, ma subito scartata: i segni dei denti erano troppo grandi persino per una pantegana, perciò doveva trattarsi di una bestia di stazza decisamente superiore, con ogni probabilità un appartenente alla specie Homo Sapiens.
Gli assaggi di formaggio continuavano, nonostante le numerose videocamere presenti nel reparto. Il personale del supermercato commentava quotidianamente i danni, chiamando il colpevole con vari soprannomi: Zanna Bianca, Topo Gigio, Assaggiatore Seriale.
Qualche dipendente frustrato propose di nascondere delle trappole fra le confezioni di formaggio, ma l’intrigante suggerimento fu bocciato. Dopo alcuni mesi, la Direzione decise di impiegare dei sorveglianti in borghese appostati nel reparto formaggi: solo così è stato possibile cogliere sul fatto l’assaggiatore seriale, e denunciarlo.
Non si trattava di un topone, né di un lupo, né di Fromage Lupin, il fratello del più famoso Arsenio: era un uomo, anziano, con i capelli bianchi, gli occhiali scuri e il berretto; un cliente del tutto normale, se non per questa sua stravagante e disdicevole abitudine.
Ci sembra quasi di vederlo gironzolare annusando l’aria satura dell’odore inconfondibile proveniente dai pezzi di grana sigillati ed etichettati. Vorrebbe intascarsi un pezzo di Reggiano e uscire indisturbato senza pagare, ma sa che è molto difficile farla franca: all’interno delle confezioni c’è una targhetta antitaccheggio che attiva l’allarme all’uscita. Allora, un’idea comincia a prendere forma nella sua testa: se si muove con destrezza, forse, potrebbe consumare la refurtiva sul posto…
Così decide di passare all’azione: seguendo uno schema preciso, egli sceglie gli orari di minor affollamento, per esempio intorno all’ora di pranzo, quando anche il personale è ridotto per i cambi turno. Si avvicina con nonchalance agli espositori dei formaggi, prende in mano una confezione, poi si guarda furtivamente intorno e… zac! coglie l’attimo fuggente in cui nessuno lo sta guardando per staccare a morsi la punta della fetta e divorarla rapidamente.
Si spera, per lui, che prima del morso abbia tolto il cellophane della confezione: per quanto possa essere di plastica biodegradabile, non credo che abbia un buon sapore, e che sia del tutto digeribile.
Quando finalmente viene colto in flagrante non mostra particolare emozione, anzi, in un certo senso si stupisce che il suo sistema mordi-e-fuggi abbia funzionato per così tanto tempo. Non oppone resistenza, non è necessario sottoporlo al caseina-test sull’alito, né all’esame dei livelli di colesterolo del sangue: ammette il fatto, e paga prontamente il taglio morsicato. Ovviamente solo l’ultimo, non i numerosi pezzi rosicchiati in precedenza, per mancanza di prove.
Forse dice anche ‘cheese’ al momento della foto che gli scattano alla centrale di Polizia.
C’è da chiedersi che cosa l’abbia spinto a questo comportamento. L’ipotesi più plausibile è che certi costosissimi formaggi, ormai quotati in borsa come l’oro, non potevano rientrare nel suo budget di spesa, e che avesse quindi escogitato un modo di mangiare dell’ottimo grana, risparmiando la “grana”, cioè i soldi per l’acquisto.
A noi lettori increduli e stupefatti non resta che indignarci, o semplicemente sorridere, all’idea che, oltre ai topi di appartamento e di biblioteca, esistano anche i topi di caseoteca.
Da decenni non guardo il Festival di Sanremo. Uno dei motivi è che troppi sedicenti cantanti in realtà sussurrano nel microfono, ed essendo un po’ sorda io non capisco una parola. Quando parlo di questa difficoltà c’è chi sostiene che non dipenda dall’essere sorda, ma dal non avere “orecchio” per i nuovi generi musicali: rap, rock, pop, trap e altre perle. Anche questo è vero.
Al contrario dell’udito, conservo ancora una vista più che sufficiente, ma nemmeno il lato spettacolare dell’evento mi convince: certi abbigliamenti esibiti sul palco da alcuni partecipanti sono così stravaganti e di cattivo gusto che potrebbero far appassire persino i fiori che adornano il raffinato Teatro Ariston. Sempre che qualche cantante di buona famiglia non li prenda a calci in un momento di stizza.
Come disse un famoso personaggio della saga di “Arma Letale” in una frase diventata iconica, forse anch’io sono troppo vecchia per queste “fesserie” (la parola in lingua originale rendeva meglio l’idea, ma non voglio incorrere nella censura). Naturalmente la colpa è mia, che sono troppo vecchia, non delle fesserie, che esistono in ogni epoca da che mondo è mondo.
E quando dico vecchia non è un eufemismo: io c’ero quando i primi Festival venivano trasmessi alla radio negli anni cinquanta. Ricordo ancora tutte le strofe di Papaveri e Papere, stramba e simpatica canzone con la quale Nilla Pizzi arrivò al secondo posto nel 1952: mamma me la cantava, e a mia volta io la cantavo continuamente alla mia “bambina”. La povera bambola non si lamentò mai, ma perse precocemente tutti i capelli, e ora penso che fosse un modo delle bambole di chiedere aiuto, e farmi cambiare canzone.
Un altro grande ospite di Sanremo era Claudio Villa. Adoravo ascoltare alla radio canzoni come Buongiorno tristezza, Binario, e Corde della mia chitarra: probabilmente ero un po’ depressa già da bambina, ma in casa nessuno si preoccupò dei miei gusti musicali, nemmeno quando diedi al mio nuovo bambolotto (che andava a sostituire la bambola calva) il nome Claudiobilla, convinta che il Reuccio si chiamasse così, con un unico nome, e con la ‘b’ al posto della ‘v’.
Diventata più grande, ma non meno solitaria e introversa, negli anni settanta mi appassionai ai cantautori anticonformisti e un po’ sovversivi, come De André, Guccini, De Gregori, Gaber.
Ma quelli bazzicavano poco Sanremo. Invece, uno dei miei preferiti, Luigi Tenco, partecipò, ma purtroppo non sopravvisse all’esperienza. La vicenda suscitò grande emozione, e se ne parlò a lungo.
Non ero così musicalmente limitata né socialmente disagiata da non apprezzare anche altri generi: adoravo Mina, Ornella Vanoni, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Franco Battiato, e persino alcuni complessi (così si chiamavano allora le band) come l’Equipe 84, le Orme, la PFM e i Matia Bazar.
Quando finalmente anche la mia famiglia ebbe il televisore ero ormai un’adolescente, e dovevo sempre combattere con i miei genitori per poter restare alzata fino a tardi a vedere Sanremo. Era importante vederlo per poter partecipare alle lunghe discussioni del giorno dopo a scuola, quando persino qualche insegnante si concedeva un commento.
Oggi, che sono libera di decidere quando andare a dormire, non riesco a guardare il Festival per più di due canzoni senza cambiare canale. Oppure mi addormento, cullata da note confuse e applausi incomprensibili. A volte sogno Sanmemo, ossia il mio Festival dei ricordi, con le canzoni orecchiabili e facili da canticchiare, e gli acuti straordinari e potenti di cantanti veri e talentuosi. Mi rendo conto che tutto evolve, poiché ciò che non evolve muore. Ma mi riesce difficile definire evoluzione il passaggio da Mina a Fedez, e al cosiddetto autotune.
In Nigeria, nello Stato di Cross River, c’è un piccolo villaggio di nome Ubang che sfida ogni logica linguistica: gli abitanti parlano due lingue diverse in base al sesso.
Non è solo una questione di accenti o pronunce dissimili, ma di parole completamente diverse. Un esempio: per dire “cane” un uomo usa la parola “abu”, mentre una donna dice “akwakwe”. Ma l’animale a cui si riferiscono è lo stesso: abbaia, scodinzola e alza la zampa per fare pipì.
Nonostante questa curiosa abitudine, le donne e gli uomini di Ubang si capiscono senza bisogno del traduttore di Google, che tra l’altro non sarebbe nemmeno in grado di aiutarli, poiché, secondo me, esso è irrimediabilmente maschio.
Secondo l’antropologa Chi Chi Undie (nome che sembra uscito da una filastrocca per bambini), in questo villaggio convivono due lessici paralleli: alcune parole sono condivise, ma molte altre cambiano radicalmente a seconda del genere di chi parla. I bambini imparano a parlare usando il vocabolario femminile, ma, intorno ai dieci anni, i maschi si convertono all’idioma maschile. Non è dato sapere che cosa succede a chi scopre di avere un’identità sessuale diversa da quella anagrafica: probabilmente, qualora dovesse decidere per un cambiamento radicale di sesso, dovrà sottoporsi, oltre alla chirurgia fisica, a un reset linguistico.
Il fenomeno sembra strano, ma se si pensa a come i ruoli sociali maschili e femminili siano ancora così diversi anche nelle società più evolute, parlare lingue differenti fra uomini e donne non è poi così assurdo. In Italia, ad esempio, pur parlando apparentemente la stessa lingua, maschi e femmine danno significati diversi alle parole. E questo è alla base di tante incomprensioni all’interno delle coppie.
Prendiamo una delle parole più comuni del nostro vocabolario: casa. Una ragazza, pronunciando questa parola, immagina un certo tipo di ambiente: luminoso, confortevole, pulito e ordinato, arredato con stile e buon gusto come suggerito dalle migliori riviste di arredamento, da poter esibire con gli ospiti.
Invece, la casa che ha in mente un ragazzo della stessa età è una specie di tana, dotata pochi comfort essenziali alla sopravvivenza: una branda, un angolo cottura, un gabinetto. Essa è innanzitutto un rifugio per i momenti di solitudine, o un open-space per invitare gli amici a guardare la partita, bere birra e mangiare, liberi poi di buttare le briciole sul pavimento, lasciare i piatti sporchi nel lavello e lattine vuote ovunque.
Con la parola automobile il fenomeno si inverte: per lui l’auto è uno status symbol importante, perciò la desidera grande, lussuosa, potente e veloce, e quando finalmente la possiede ne ha la massima cura. Per lei è sufficiente un’utilitaria di terza mano, meglio se piccola per facilitare il parcheggio, purché la porti al lavoro, ad accompagnare i figli ovunque serva, e a fare la spesa.
A tal proposito, anche fare la spesa sembrerebbe un’attività definita univocamente; invece, se ci fate caso, uomini e donne che entrano singolarmente al supermercato, vi escono entrambi con i carrelli pieni, ma di prodotti completamente diversi.
Altro verbo usato quotidianamente, cucinare, per le donne significa eseguire una serie di preparazioni secondo ricette consolidate, non solo al fine di cuocere i cibi crudi, ma di renderli appetitosi e gradevoli al palato. Al contrario, per la maggior parte degli uomini, cucinare è sinonimo di scongelare e riscaldare al microonde cibi già pronti.
Vestirsi. “Amore vestiti che stasera usciamo” propone lei. Poi si fa la doccia, si veste con abiti scelti con cura dall’armadio, si trucca e si pettina. Nel frattempo lui, in pantaloni della tuta e canottiera macchiata di sugo, dal divano risponde: “Ok, sono già vestito, devo solo trovare la felpa”.
Per finire, ho mal di testa: una frase semplice e chiara per tutti.
Però… se è lui a lamentarsene lei pensa: “Ho capito, neanche oggi riparerà il rubinetto che perde”. Se invece se ne lamenta lei, lui brontola: “Stasera si va di nuovo in bianco”.
Genericamente fossa, ma assume anche significati più precisi, come maceratoio per il letame destinato al concime, grossa pozzanghera fangosa, pantano, stagno.
Etimologia
Parola sabauda di etimo incerto. A volerlo cercare a tutti i costi c'è il rischio di impantanarsi in una insidiosa "tampa" di possibilità.
Possiamo però citare il Dizionario Etimologico Francopiemontese (edito da Savoiardi&Torcetti - Torino), che ipotizza la derivazione dal francese trou (buca) e ample (ampio), quindi trou ample, buca ampia, diventato poi tample e successivamente italianizzato in tampa.
Commento
Quando Giulio Cesare giunse nella Pianura Padana e si accampò con le sue truppe nei territori dell'attuale Torino, l'insediamento fu denominato Augusta Taurinorum per la presenza di numerosi tori. I contadini li allevavano per venderli alle fiere dei "compro toro", diffuse in ogni contrada, quasi come i "compro oro" odierni.
Nel Medio Evo, dopo il crollo delle quotazioni del toro, i tori venivano condotti nel "castrum", e convertiti in boves, mansueti bestioni da tiro. I buoi erano docili e benvoluti (tutti conosciamo "T'amo pio bove", incipit di una delle più famose liriche di Carducci, che non era un poeta piemontese, ma era abbastanza "bogianen" da sembrarlo).
Ma che cosa c'entra tutto ciò con la parola tampa? Ora ci arriviamo.
I buoi mangiavano e ruminavano parecchio, e per poter conservare le loro abbondanti deiezioni, preziose per fertilizzare i campi, si scavavano appunto le tampe.
Nelle giornate più calde i miasmi erano insopportabili e le tampe necessitavano di frequenti svuotamenti.
Secondo alcuni storiografi, nel secolo XV il lavoro di svuotamento veniva eseguito dai forzati di una colonia penale nei pressi di Cuneo. Pare che alcuni di loro siano riusciti a fuggire, abbiano attraversato l'Appennino e si siano imbarcati a Genova come mozzi, su alcune imbarcazioni dirette alle Indie. La città di Tampa in Florida sarebbe stata fondata proprio da costoro. Come siano giunti in Florida dalle Indie non è così chiaro, ma si hanno alcune testimonianze sull'anno dell'imbarco: era probabilmente il 1492.
Oggi la parola tampa è usata soprattutto in senso metaforico: "Mi sono fatto una tampa" significa che ho commesso una imperdonabile gaffe e vorrei sprofondare in una fossa virtuale. Lo studente ha fatto tampa all'interrogazione perché non sapeva nulla. Un amico si è fatto una tampa micidiale, perché ha telefonato alla sua nuova ragazza chiamandola Cristina, sebbene lei si chiami Lucia.
Solitudine sana ed esercitata volontariamente. L’essere soli per scelta, ricavandone dei vantaggi.
Etimologia
Parola composta da sano (dal latino sanus, cioè in buona salute) e da solitudine (dal latino solitudo -dĭnis, derivato da solus, cioè solo).
Esempio di utilizzo
Il nonno sta benissimo: vive da anni in completa sanolitudine.
Oggi se ne parla meno di qualche decennio fa, ma gli eremiti esistono ancora: sono definiti anche asceti o anacoreti, cioè individui che si sono allontanati volontariamente dalla cosiddetta società civile. I motivi sono svariati, o forse uno solo: si sono resi conto di quanto poco civile sia in realtà la nostra società.
Molti di questi solitari hanno acquisito nel tempo fama di saggezza, equilibrio, capacità di infondere calma ed elargire buoni consigli. Per questo ricevono visite da ogni parte del mondo, di persone in cerca di risposte ai loro dubbi esistenziali: chi siamo? Da dove veniamo? Perché i vicini stanno facendo tutto questo baccano?
Nella maggior parte dei casi gli eremiti vivono molto a lungo, più a lungo di chi conduce vita sociale, e godono di buona salute, a dispetto di quanto vogliono farci credere medici e salutisti.
Senza spingersi a una scelta di vita così radicale, ci siamo resi conto che esistono, per ciascuno di noi, momenti di isolamento consapevole che ci fanno stare bene. Sarà anche vero che “l’uomo è un animale sociale”, ma ci sono tuttavia tante situazioni nelle quali i nostri simili ci disturbano, e dobbiamo dominare l’impulso di sterminarli. Ed è in questi momenti che bramiamo un po’ di sanolitudine.
Pensiamo per esempio alla coppia umana: un tempo i giovani cercavano l’anima gemella, convinti di raggiungere con essa la felicità, e di poter formare un nuovo nucleo famigliare migliore di quello d’origine. Poi è arrivata la fisica nucleare a dimostrare che nemmeno i nuclei atomici sono indivisibili, perché in certe condizioni diventano fortemente instabili, con tendenza a rompersi, esplodere, o trasformarsi in qualcos’altro… Insomma, non c’è pace per i nuclei atomici, figuriamoci per quelli famigliari.
Dopo la fisica, anche la giurisprudenza ha dato un contributo: con la legge sul divorzio ha rivelato che si può stare bene anche da soli, perché non sempre “two is megl che uan”.
Infine, la sanolitudine è stata scoperta dagli anziani, che hanno cominciato timidamente a chiedersi se vivere da soli sia peggio della convivenza con figli adulti che tardano a diventare indipendenti e lasciare il nido, o con nipotini che necessitano di turni di nonnismo sempre più faticosi.
In conclusione, per apprezzare la sanolitudine non c’è bisogno di fare come Simeone lo Stilita (un sant’uomo che sedeva tutto il giorno sul capitello di una colonna a meditare), o come Gautama Buddha, che scelse una vita solitaria e contemplativa per raggiungere l’illuminazione. Noi, per meditare, abbiamo le poltrone dell’Ikea, e l’illuminazione ci arriva dalle lampadine a basso consumo, premendo semplicemente un interruttore. Perciò, difendiamo il diritto alla sanolitudine, e ammettiamo senza timore che è bello stare soli in casa propria, o uscire per una passeggiata nel parco al mattino presto, quando in giro non c’è ancora nessuno.
Per accedere ai siti contenenti materiale pornografico oggi è sufficiente confermare con un “clic” di essere maggiorenni. Ci si chiede il senso di questa richiesta: è difficile credere che un minore, deciso ad accedere a un sito porno consigliato dal suo compagno di merendine, alla richiesta di confermare la maggiore età rinunci a proseguire, dando sfogo al suo disappunto con un accorato “uffa!”, e chiudendo la schermata per tornare a giocare alla PlayStation.
Forse anche al Governo qualcuno si è posto la domanda: i minori che vogliono accedere a un sito porno sono dissuasi dall’autorevole richiesta di un computer? A giudicare dalle statistiche sembra di no: in Italia il 44 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni dichiara di guardarli abitualmente.
Ma i genitori non controllano? I genitori sono gli ultimi a saperlo.
Anche in passato i ragazzini si trastullavano con il porno, ma si trattava di riviste, fumetti o, per i più timidi, cataloghi di biancheria intima venduta per corrispondenza. Quindi era probabile che i genitori se ne accorgessero, trovando riviste nascoste in bagno o sotto il materasso. Ma soprattutto le riviste dovevano essere acquistate: ci volevano i soldi, e un amico maggiorenne che entrasse in edicola al posto loro.
Oggi è sufficiente un computer o un cellulare, e il porno è sempre e ovunque a disposizione.
La cosa strana è che, mentre alcuni politici si oppongono all’educazione sessuale come materia scolastica (affidata a insegnanti, psicologi ed esperti di età evolutiva), si consenta poi ai bambini di soddisfare le loro naturali curiosità sul sesso guardando orribili video porno.
Per un adulto è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il sesso nella realtà non è quello dei porno. Ma per un adolescente certe immagini possono essere fuorvianti e nocive.
Complice il giornalismo online, sempre più disinformato e “acchiappa-clic”, si è diffusa una notizia allarmante per i frequentatori del porno: per poter accedere ai contenuti occorrerà dimostrare la maggiore età tramite lo SPID o la CIE. Questo ha suscitato proteste e panico generalizzato. Proteste, perché chi accede ai porno, anche se maggiorenne, ci tiene a non farlo sapere, e doversi qualificare con un documento sembra poco compatibile con la privacy. Il panico, invece, è serpeggiato soprattutto fra le persone di una certa età, notoriamente imbranate con le forme di burocrazia digitale: esse hanno un difficile rapporto con l’utilizzo della Carta d’Identità elettronica, e sono notoriamente incapaci di confrontarsi con lo SPID. Molte non sono nemmeno riuscite a procurarselo.
Al contrario, i ragazzini sono pratici di tutto ciò che è digitale, e hanno più risorse per aggirare l’ostacolo: probabilmente troverebbero il modo di hackerare il sistema per entrare bypassando il controllo, o sarebbero capaci di sfilare dal portafoglio di nonnina la CIE, che l’ingenua vecchietta conserva insieme al PIN. I nonni porcelloni stavano già studiando accordi di mutuo soccorso con i loro nipoti (tipo un aumento della paghetta, o la concessione della propria patente per scaricare i punti in caso di multa, in cambio di un aiuto al computer), quando si è capito che la storia dello SPID non era vera: dalle ultime notizie risulta che, pur essendoci l’intenzione di bloccare il porno ai minori, la realizzazione è ancora in alto mare, e probabilmente non sarà attuata utilizzando lo SPID, ma altri sistemi ancora da definire.
E conoscendo i tempi impiegati dal Parlamento a legiferare su argomenti spinosi e impopolari, adulti e bambini potranno godersi il porno anonimo e gratuito ancora per un po’.
Anche se molti la considerano trascurabile, la punteggiatura è fondamentale nel testo scritto. Se parlando non se ne avverte il bisogno, perché siamo in grado di fare pause, sospensioni, dare un tono interrogativo o indignato alla nostra frase, nella scrittura dobbiamo necessariamente affidarci a dei segni codificati, senza i quali il lettore potrebbe capire una cosa per l’altra. Quando ad esempio il nipote della signora Maria, uscendo da scuola, le invia il messaggio: “Arrivo presto e voglio mangiare subito, nonna!” la dolce nonnina si affretta a buttare la pasta; ma se legge lo stesso messaggio senza la virgola, la poverina, che guarda in televisione troppi film horror, potrebbe allarmarsi.
Anche una volgare imprecazione sul brutto tempo come “Piove, merda!”, che esprime solo il disappunto per essere usciti senza ombrello, scritta senza virgola ci fa subito temere una perdita dal gabinetto dell’appartamento di sopra.
Chi ha superato una certa età ricorda sicuramente l’epoca dei telegrammi, messaggi urgenti e brevissimi, poiché il costo era elevato e dipendeva dal numero di parole. Per separare una frase dall’altra si usava la parola ‘stop’, ma, per risparmiare, a volte si ometteva anche quella. Così potevano arrivare dispacci dalla difficile interpretazione, come questo:
“Mamma morta Della zia Caterina funerale giorno 12 alle 11”.
Come interpretarlo? È morta la mamma, oppure Della, o la zia Caterina? Ma se quel Della fosse una preposizione e non un nome proprio, allora sarebbe morta soltanto l’anziana mamma della zia Caterina. Inoltre, quel “morta Della”, nelle intenzioni dello scrivente, avrebbe potuto essere un’unica parola, e in tal caso la mamma porterebbe la mortadella alla zia, in occasione di un funerale non si sa di chi. Prima di gettare la spugna, e il telegramma, c’era sempre la possibilità di giocarsi al lotto l’11, il 12, e il 13 (numero cabalistico della morte) sulla ruota di Bologna (città della mortadella).
Oggigiorno, lo smartphone è il mezzo di comunicazione più utilizzato dai giovani, e ormai anche dai diversamente giovani, ma ugualmente sgrammaticati.
Nei messaggi WhatsApp la punteggiatura canonica è stravolta: il punto fermo e il punto a capo sono stati eliminati, perché giudicati addirittura offensivi; in compenso, i punti interrogativi ed esclamativi abbondano, riuniti a gruppi di quattro, cinque, o più, in base agli spasmi del dito che scrive. Anche i puntini di sospensione si moltiplicano senza motivo, mentre le virgole si infilano tra le parole, secondo una distribuzione casuale. Inoltre, le frasi sono infarcite di piccole icone chiamate emoticon, sparpagliate in base all’equazione del famoso matematico Massimo Accazzo.
Ma questo modo del tutto nuovo di comunicare ha bisogno di nuovi segni di punteggiatura, che possano dare un senso compiuto a quelle righe di geroglifici che tutti riceviamo e inviamo continuamente, a base di faccine, cuoricini, simboli, ed errori di ortografia.
Gli esperti dell’ACC, interpellati sull’argomento, propongono:
,,,,,virgole di sospensione. In numero indefinito, per una pausa d’effetto particolarmente significativa
::quattro punti. Quando si apre una spiegazione nella spiegazione (capita nei messaggi molto lunghi e confusi)
.,punto e virgola orizzontale. Sostituisce il classico punto e virgola verticale, detto anche “lo sfigato della punteggiatura” perché nessuno ha mi capito bene quando usarlo
._punto fermo un giro. Chiude un discorso, ma non definitivamente, lasciando aperta la possibilità di una spiegazione
∞ punto fermissimo, da qui all’eternità. Si userà quando si è certi che le considerazioni espresse sono definitive, e che l’interlocutore verrà cancellato dai propri contatti
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